La lettera anonima che accusava il dottore amante della suora di Marcianise – Lo Verso tentò il suicidio iniettandosi lo stesso veleno che aveva causato la morte di sua moglie di Ferdinando Terlizzi (*)
Se non fosse intervenuto in questo romanzo amoroso un ignoto personaggio con una lettera anonima alla Procura di Palermo, il dott. Girolamo Lo Verso seguiterebbe tutt’oggi (se non fosse nel frattempo morto, però) a visitare clienti e la suora di Marcianise Filomena Salzillo, cambiato il ruolo da infermiera in quello di moglie, se ne vivrebbe accanto al suo primo grande amore, felice come fosse in cielo, a quel cielo al quale aveva guardato da fanciulla ignara dei casi del mondo. L’autorità giudiziaria – come detto – indagò immediatamente, anche perché la madre della morta si erse accusatrice implacabile del genero. Questi di fronte al risultato dell’autopsia della vittima, che rivelò forti residui di mercurio, alluse a un errore per scambio di sostanze. Pare che alla stessa Salzillo il Lo Verso avesse confessato che la morte era dovuta a un suo sbaglio. La moglie era al sesto mese di gravidanza e ciò aveva reso più grave una sua malattia polmonare. Perciò le aveva praticato una iniezione, ma aveva sbagliato farmaco. Aveva usato bicloruro di mercurio. Giostreranno i periti, come in tutti i processi per avvelenamento ma riusciranno a chiarire taluni dubbi? Ci si domandava perché il Dr. Lo Verso avesse fatto uso proprio di mercurio quando è noto che le sue tracce tardano molto tempo a scomparire dai tessuti? Fu allora un errore e non un delitto premeditato? Si rispose da taluni che la tossicosi gravida ha una grossolana somiglianza con quella mercuriale e sull’equivoco dovette giocare per ingannare quei medici. Quindi delitto freddamente, scientificamente premeditato? Ma ritorniamo al racconto della bella suora di Marcianise. C’era nelle risultanze della istruttoria uno scontrarsi di accuse e di difese, inesorabili le prime, calorose le altre. Il marito – si affermava – si mostrò addolorato, accasciato per la morte della moglie che per giunta gli aveva lasciato due bimbi in tenera età.
Era un sadico, il carnefice di sua moglie – controbatterono altre e si appurò che spesso la minacciava e addirittura una volta, puntandole un bisturi al ventre, avrebbe gridato che voleva sopprimerla. E la litania si prolungava: “Calcolatore cinico, accecato dalla passione!”. “No, era un bravo marito e un buon padre ed è assurdo pensare a un delitto!”.
Battaglia dunque piena e aperta tra le due ipotesi: colpevole o innocente? Mentre si svolgevano le indagini e pareva imminente il suo arresto, Lo Verso tentava di sottrarsi all’onta e al rimorso iniettandosi lo stesso veleno che aveva causato la morte di sua moglie. Fu trasportato in pericolo di vita a quello
stesso ospedale dove aveva trovato la sorgente della sua tragica vicenda. Responsabilità nell’ex suora di Carità non emersero, sicché comparve solo come teste in Assise.