Quando, nel 2008, nessuno riusciva ad arrestare il latitante Giuseppe Setola, boss dei casalesi, l’allora comandante provinciale di Caserta Carmelo Burgio, formatosi alla Nunziatella e oggi generale di corpo d’armata (Ris) nei carabinieri, di fronte alle telecamere disse: «Lo Stato vince sempre, Setola sarà catturato perché non è nessuno e non ha capacità strategica», ma in fondo la pensava diversamente. «Dentro di me nutrivo forti dubbi e giunsi a pensare che una mia sostituzione sarebbe stata la cosa migliore. Dubitavo del successo, e questo bastava a rendere necessario, ai miei occhi, un avvicendamento».
Presa la decisione di andare altrove, Burgio si preparava a trasferirsi quando la sorte cambiò di colpo. Lo racconta lui in Guerra alla camorra (Vallecchi, pagine 418, euro 20), diario di un uomo in prima linea nella lotta al crimine casalese. Poco prima del trasferimento i suoi superiori gli chiesero di rimanere. Doveva essere lui a stanare Setola.
Convinto di potercela fare, Burgio con i suoi carabinieri avviò una più insistente strategia di accerchiamento nei confronti del boss. Con il passare delle settimane furono arrestati sempre più setoliani tra prestanomi, complici e uomini fidati. Ormai per Burgio e i suoi uomini «non esistevano giorno e notte, né domenica né feste». Il 12 settembre del 2008 ci fu la strage di Castelvolturno, poi dagli ambienti malavitosi arrivò la notizia che i casalesi si stavano rifornendo di molti chili di esplosivo. Tra i possibili bersagli c’era anche Burgio.
Ma la pressione delle forze dell’ordine aumentò. Furono scoperti un paio di covi ma il boss riuscì sempre a fuggire finché il 12 gennaio 2009 fu arrestato a Campozillone, frazione di Mignano Monte Lungo, mentre tentava di scappare sui tetti. Quel giorno, mentre portava Setola in caserma, Burgio percorse, «l’ultimo tratto di strada con le sirene spiegate e i lampeggiatori sfavillanti per farci largo nel traffico, ma anche per liberare la gioia».
IL RACCONTO
Burgio non racconta solo di quella cattura. Fa decine di nomi di affiliati, collusi e simpatizzanti camorristi del casertano, ricostruisce la storia di clan piccoli e grandi, ripercorre i dettagli che hanno portato a stragi, raid intimidatori, conflitti a fuoco, processi, arresti, retate. Ricorda le vittime innocenti, gli omicidi di camorra, le vendette trasversali. In questa narrazione lucida e appassionata non evita di polemizzare, per esempio contro chi gli ha spesso consigliato di ringraziare Saviano per le sue denunce.
«Non nutro per lui simpatia né antipatia. Ha condotto un’operazione letteraria e commerciale che era suo diritto sviluppare. Ma della camorra casalese lo Stato era al corrente da decenni e dopo il suo libro non ebbi ad assistere a file d’imprenditori e cittadini che prendevano il numeretto fuori delle procure e delle forze dell’ordine per fornirci informazioni».
Burgio se la prende anche con i collaboratori di giustizia «tarocchi» e contro i magistrati che si fidano troppo facilmente di questi, senza valutare per bene i fatti, come nel caso del maresciallo Alfonso Bolognesi, agli inizi del Duemila comandante della stazione dei carabinieri di Castelvolturno Pinetamare, incarcerato per collusioni con i casalesi dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, e poi, «dopo quattordici anni, tre e mezzo dei quali trascorsi in galera, uscito dalla vicenda del tutto scagionato».
Anche Burgio finì tra i calunniati dei finti pentiti, accusato di aver fatto lavorare la figlia in una ditta mafiosa. «Mi avrebbero voluto far fare la fine del colonnello di Caserta che si fa aiutare dai camorristi per far lavorare la figliola». Un’accusa infondata, comunque resa pubblica, e «ringrazio ancora quei cronisti che pubblicarono la mia smentita contestualmente alla notizia, prestando poca fiducia alle chiacchiere». Tra i pochi, ci fu “Il Mattino”. Alla fine, «mi andò assai meglio che a Bolognesi: me la cavai con soli tre anni d’inferno e senza galera, prima di poter riferire in udienza davanti al Tribunale di Napoli la verità, riconosciuta tale». Alla fine di tutto, con i suoi tempi, lo stato vince sempre. O almeno così viene da pensare al termine della lettura di questo libro.
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