testata
sabato 29 marzo 2025
L’intervista a von der Leyen (e quella di Meloni), il terremoto in Myanmar
TOPSHOT - Blood is seen on the face of an earthquake survivors as she rests in a hospital in Naypyidaw on March 28, 2025, after an earthquake in central Myanmar. A powerful earthquake rocked central Myanmar on March 28, buckling roads in capital Naypyidaw, damaging buildings and forcing people to flee into the streets in neighbouring Thailand. (Photo by Sai Aung MAIN / AFP)Una ragazza ferita nei crolli per il terremoto in Myanmar (foto di Sai Aung, Afp)
editorialista
di   Luca Angelini

 

Buongiorno.

 

 

«Prendiamo l’Ucraina: era un Paese sostanzialmente smilitarizzato, aveva rinunciato alle armi nucleari a metà degli anni ‘90, con la garanzia di essere sempre protetta, tra l’altro, anche da Mosca. Oggi vediamo il risultato. La Russia l’ha invasa. L’Ucraina deve essere trasformata in un porcospino d’acciaio completamente indigesto per qualsiasi tipo di invasore. L’Europa è sempre stata un progetto di pace e sarà sempre un progetto di pace. Ma bisogna essere forti per mantenere la pace”.

 

 

È un passaggio dell’intervista che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha rilasciato a Francesca Basso, corrispondente del Corriere da Bruxelles. Nella quale si parla molto di Ucraina, di riarmo Ue, ma anche di Italia.Von der Leyen dice, ad esempio, che il piano di riarmo europeo, che adesso si chiama Readiness 2030 («Copre un ambito più ampio, che guarda le diverse dimensioni della sicurezza e gli strumenti per mantenere la pace»), può essere una grossa occasione per il nostro Paese: «Readiness 2030 è un massiccio piano di investimenti in innovazione, in ricerca e sviluppo, in startup innovative. E l’Italia ne trarrà un grande beneficio, perché ha una base industriale della difesa molto rinomata e forte. È un programma di investimenti che aumenterà la prosperità. E questo va a vantaggio dell’economia e della società italiane, ma anche delle infrastrutture al servizio delle persone, come gli ospedali. Avete giganti dell’aerospazio come Leonardo, e imprese navali innovative come Fincantieri. Si tratta di investimenti in queste industrie, che creeranno buoni posti di lavoro. È una grande opportunità per l’industria italiana. E sappiamo che ci sono molte ricadute positive anche nel settore civile. Non dimentichiamo che il Gps e Internet sono stati inventati in ambito militare ma oggi hanno un valore incredibile per la vita quotidiana dei civili».

Nell’intervista non si parla delle polemiche italiane sul Manifesto di Ventotene, ma alla domanda se l’idea di Europa vacilli, von der Leyen ricorda che «secondo l’ultimo Eurobarometro, il 74% degli europei dice che è un beneficio e un vantaggio per loro essere membri dell’Ue. Si tratta del numero più alto mai misurato da quando negli anni ‘80 è stata posta questa domanda: le persone capiscono che in tempi difficili è bene unire le forze e che l’Europa è più di 27 singoli Stati membri insieme. È la nostra casa che stiamo proteggendo».La presidente della Commissione Ue rimane convinta che, nonostante dagli Usa arrivino attacchi all’Unione europea, verbali e commerciali, un giorno sì e l’altro pure («Siete nati per fotterci»; «Scrocconi» e via insultando), il legame fra le due sponde dell’Atlantico non si spezzerà: «Gli Stati Uniti sono nostri partner e alleati da 75 anni, e sono convinta che questa relazione terrà. Abbiamo punti di vista diversi su questioni specifiche, ad esempio sul commercio, ma abbiamo anche valori condivisi e forti interessi comuni. Credo in un dialogo costruttivo e lavoro duramente per questo. È meglio lavorare insieme che lavorare l’uno contro l’altro e sono determinata a dare il mio contributo in tal senso».

Anche per questo si dice sicura che la «vicinanza» di Giorgia Meloni all’amministrazione Trump sia per Bruxelles un vantaggio, non una minaccia: «Conosco Giorgia Meloni come leader forte e appassionata, con un ruolo molto importante a livello europeo, ed è positivo che abbia un rapporto diretto. Più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è».

L’intervista di Meloni al Financial Times

A proposito della «vicinanza» di Meloni all’amministrazione Trump, è stata la stessa premier italiana a ribadirla, in un’intervista al Financial Times (la prima a un quotidiano straniero da quando è presidente del Consiglio e fatta, peraltro, prima dell’annuncio dei dazi del 25% sulle auto importate negli Usa): «È infantile e superficiale pensare di scegliere tra Trump e l’Unione europea. (…) Sono conservatrice. Trump è un leader repubblicano. Di sicuro sono più vicina a lui che a molti altri. Capisco un leader che difende i suoi interessi nazionali. Io difendo i miei». Quanto alla lezione di “democrazia” impartita dal vicepresidente Usa J.D. Vance alla Conferenza di Monaco, Meloni di schiera con lui: «Devo dire che sono d’accordo, lo dico da anni, l’Europa si è un po’ persa».

L’intervista non è piaciuta per nulla alle opposizioni. Per la segretaria del Pd, Elly Schlein, «il governo Meloni si trasforma nel cavallo di Troia dell’amministrazione Trump nella Ue», creando «un problema enorme per l’interesse nazionale italiano se sceglie di dare ragione a chi, come Vance, dà dei parassiti agli europei». Caustico Giuseppe Conte del M5S: «Meloni manda cuoricini a Trump sperando di farsi ricevere anche lei alla Casa Bianca. Brutta fine per i “patrioti”». Angelo Bonelli di Avs definisce Meloni «vassalla di Trump che svende l’Europa in cambio di favori sui dazi».

A proposito di dazi, che anche ieri hanno contribuito a mandare in rosso le Borse sia europee che americane (-0.92% l’Ftse Mib a Piazza Affari, -1,7% il Dow Jones, -2,7% il Nasdaq), il presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini, dice a Rita Querzè: «A trattare con gli Usa non può che essere l’Europa per tutti i 27. Non ci sono dubbi. Si immagina ciascun Paese Ue che bussa alla Casa Bianca per fare il proprio piccolo negoziato? Sarebbe un fallimento in partenza. Se poi Meloni può dare un contributo e rendere più agevole il confronto Usa-Ue, ben venga».

Il terremoto in Myanmar

È ancora presto per fare un bilancio delle vittime del terremoto in Myanmar (l’ex Birmania), che sono comunque molte: per ora le autorità hanno recuperato 144 corpi senza vita, mentre i feriti sono oltre 700. Certo, come scrive Paolo Salom, considerata la forza del sisma, 316 volte più potente rispetto a quello di Amatrice, «possiamo aspettarci purtroppo che si aggravi di ora in ora e molti temono che la conta dei morti potrà essere di un migliaio e forse più. Basti pensare che la capitale della Thailandia, Bangkok, distante oltre mille chilometri, è stata anch’essa investita con forza dai movimenti tellurici: un grattacielo in costruzione si è accasciato come le Torri gemelle di New York, seppellendo almeno 110 operai. La metropoli intera è scesa in strada».

Alle 14.20 locali, quando in Italia erano le 7.50 del mattino, la faglia di Sagaing che taglia in due il Paese, da nord a sud, si è attivata proprio nel suo mezzo, dando vita a una scossa di 7,7 gradi Richter, con epicentro a 16 chilometri dall’omonima città (“gemella” di Mandalay, dall’altra parte del fiume Irrawaddy). Dopo 12 minuti, un’altra scossa potente, questa volta di 6,4 gradi, ha colpito nuovamente, amplificando gli effetti della prima. Il generale Min Aung Hlaing, l’uomo responsabile del colpo di Stato dell’1 febbraio 2021 e dell’arresto di Aung San Suu Kyi, ora capo indiscusso del regime militare in guerra con il resto del Paese, ha parlato affranto in televisione: «Il bilancio delle vittime e dei feriti dovrebbe aumentare». Sul Corriere di oggi e su Corriere.it, testimonianze, video e tutti gli aggiornamenti. (Qui alcune raccolte fondi già partite)

Le ultime di Putin e Vance

Scrive da Kiev Lorenzo Cremonesi che «Vladimir Putin torna a mostrare le sue vere intenzioni sull’Ucraina: trasformarla in uno Stato vassallo, una sorta di Bielorussia bis con il pieno controllo della sua politica interna, quella estera e le sue forze militari. Così a Kiev leggono le dichiarazioni del presidente russo, che ieri ha suggerito di imporre un “governo temporaneo in Ucraina sotto l’egida dell’Onu, magari con la partecipazione di Stati Uniti ed Europa, e ovviamente con i nostri partner e amici”. Passo che dovrebbe permettere poi di “tenere elezioni democratiche per creare un governo che goda del sostegno popolare e con il quale potremmo finalmente firmare un accordo di pace“.

Che, oltre a ridisegnare i confini dell’Ucraina, il Cremlino continui a voler pure decidere chi la debba governare (del resto, a inizio invasione, i carri armati russi marciarono o no anche verso Kiev, per «denazificare» il Paese?) è sembrato troppo, almeno per ora, anche a Washington. «In un’uscita insolitamente anti-Russia – scrive ancora Cremonesi – la Casa Bianca stigmatizza la provocazione del leader del Cremlino: il governo di Kiev è scelto dalla sua costituzione e dai suoi cittadini».

Il presidente ucraino vuole in ogni caso evitare lo scontro con l’amministrazione Usa, che ha proposto una versione totalmente rivista dell’accordo di fine febbraio sullo sfruttamento americano delle risorse minerarie ed energetiche dell’Ucraina. «Dobbiamo studiare la nuova proposta», ha detto ieri Zelensky. Tra i problemi sul tavolo c’è anche il monitoraggio dell’eventuale tregua sul Mar Nero e del rispetto delle infrastrutture energetiche. Mosca e Kiev si accusano a vicenda di avere attaccato con i droni i gasdotti e linee elettriche nelle ultime 48 ore.

Se, per il momento, gli Stati Uniti concedono all’Ucraina di farsi governare da chi crede, non rinunciano all’idea di poter invece governare, prima o poi, la Groenlandia (dove giusto ieri si è insediato un nuovo governo contrario a ogni interferenza straniera e irritato dall’atteggiamento Usa). Quella del vicepresidente J.D. Vance e della moglie Usha sull’isola di ghiaccio, ieri, è stata peraltro, come scrive Viviana Mazza, «una visita toccata e fuga», limitata alla sola base Usa di Pituffilk. C’erano, però, anche il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, il segretario all’Energia Chris Wright e il senatore Mike Lee. Alla domanda se gli Stati Uniti abbiano piani per conquistare militarmente l’isola, Vance ha risposto: «Quello che penso che succederà è che i groenlandesi decideranno, attraverso l’autodeterminazione, di diventare indipendenti dalla Danimarca e poi avremo una conversazione con loro a partire da questo… Non pensiamo che la forza militare sarà mai necessaria. Pensiamo che i groenlandesi siano razionali e brava gente e che potremo fare un accordo “stile Donald Trump” per la sicurezza di questo territorio e degli Stati Uniti».

Il quale Donald Trump ieri ha ribadito che gli Usa «hanno bisogno della Groenlandia per la pace nel mondo, Danimarca e Unione europea capiranno, altrimenti glielo spiegheremo. Il discorso non è se possiamo farne a meno – e possiamo – se guardiamo alle acque attorno alla Groenlandia, ci sono ovunque navi cinesi e russe. Non possiamo affidarci alla Danimarca o altri per affrontare la situazione». (Quanto alle mire russe sull’Articoqui un articolo di Marco Imarisio da Mosca)

Le novità su Albania, cittadinanza e istruzione

La riunione del Consiglio dei ministri di ieri non è stata davvero avara di novità. Virginia Piccolillo le sintetizza così: «Una stretta contro lo ius sanguinis e una contro i “diplomifici”. Il primo decreto attuativo per l’addio al test di Medicina con un esame, dopo il primo semestre, unico per evitare criteri di giudizio diversi tra Università. Una proroga all’obbligo di assicurazioni contro le catastrofi per le imprese (dal 1 aprile 2025 al 1 ottobre 2025 per le medie imprese e al 1 gennaio 2026 per piccole e micro imprese. La scadenza resta fissata al primo aprile per le grandi imprese, ma non scatteranno sanzioni). Nuove norme per le cooperative in amministrazione straordinaria. E l’indicazione per la data dei referendum: l’8 e 9 giugno. Ma la misura del Consiglio dei ministri di ieri che ha scatenato più reazioni è stata la virata per l’uso del centro di trattenimento di Gjader in Albania. Non sarà più destinato solo all’ identificazione e al trattenimento dei migranti soccorsi in mare, ma verrà utilizzato anche come hub per il rimpatrio di stranieri già oggetto di provvedimento di espulsione». Un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio, che la leader del Pd, Elly Schlein, bolla come «il Cpr più caro della storia». Ma che, per il governo, consentirà invece «l’immediata riattivazione» del Protocollo con l’Albania, senza aspettare la pronuncia della Corte europea di Giustizia che arriverà, probabilmente, a maggio.

Sullo ius sanguinis, ossia la possibilità di ottenere la cittadinanza per chi ha antenati italiani, il governo ha deciso che solo chi ha almeno un genitore o un nonno nato in Italia sarà cittadino italiano dalla nascita. «Finisce la caccia al bisnonno», esulta il deputato di FdI Andrea Di Giuseppe, eletto nel Nord e Centro America. E i residenti all’estero non si dovranno rivolgere più ai consolati, ma a un ufficio speciale della Farnesina.

Quanto ai “diplomifici”, per gli istituti privati in cui si recuperano gli anni persi, le nuove regole prevedono che si potranno al massimo superare due anni alla volta e in questo caso la commissione d’esame avrà un presidente esterno. Ci sarà l’obbligo di usare il registro elettronico per evitare scorciatoie sulle presenze.

Il sondaggio di Pagnoncelli

Nel suo periodico sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani, Nando Pagnoncelli segnala che «continua il calo di Fratelli d’Italia che oggi troviamo al 26,6% (con un calo di qualche decimale rispetto allo scorso mese), il punto più basso sino ad ora registrato nei nostri sondaggi. In crescita invece la Lega, stimata al 9% (+ 0,9%) che torna a sorpassare Forza Italia, accreditata dell’8,4%, in lievissimo calo. Sembra che i distinguo insistiti di Salvini e il suo netto posizionamento filotrumpiano producano qualche risultato. Nell’opposizione si registra una flessione significativa del Partito democratico, stimato al 21,5%, con una perdita di poco più di un punto nell’ultimo mese. Le difficoltà di posizionamento e le divisioni interne probabilmente pesano su questo risultato: è ipotizzabile che il calo sia dovuto contemporaneamente alle perplessità della componente “atlantista” e di quella “pacifista”. Tanto più che cresce, sia pur in misura contenuta (+0,6%), il Movimento 5 Stelle oggi stimato al 13,8%. La netta scelta di campo contro il piano Rearm Europe negli ultimi due mesi ha dato frutti non di poco conto».

Le altre notizie

 

  • Massimo Gaggi segnala che “nelle ultime ore, messa parzialmente in ombra dallo scandalo SignalGate, l’azione di Donald Trump è andata avanti come un rullo compressore con la firma di ordini esecutivi a raffica: uno per cambiare il modo in cui lo Smithsonian, scrigno della cultura americana, e i musei federali raccontano la storia degli Stati Uniti e i rapporti politici e sociali; uno per punire l’ennesimo grande studio legale reo di aver lavorato a cause contro di lui (alcune law firm, terrorizzate dalle vendette di un presidente che può addirittura vietare ai loro avvocati l’accesso a tutti gli edifici pubblici, stanno offrendo donazioni milionarie per essere escluse dalle rappresaglie); e, ancora, un ordine esecutivo che mette alle corde i sindacati del pubblico impiego vietando la contrattazione collettiva per motivi di sicurezza nazionale. Solo che molte delle 18 amministrazioni federali cui l’ordine è applicato, dalla Sanità alla Giustizia, all’authority per le comunicazioni, con la sicurezza nazionale c’entrano ben poco”. In più, nuovi annunci di tagli del personale federale (10 mila dipendenti della Sanità, un terzo di quelli del Fisco, meno 8% al Pentagono), lo smantellamento di fatto del ministero della Pubblica istruzione  e dell’agenzia UsAid (decisioni che spetterebbero al Congresso). E il segretario dell’Interno Doug Burgum è stato incaricato di ripristinare statue e memoriali che sono stati «impropriamente rimossi o cambiati negli ultimi cinque anni per portare avanti una falsa revisione della storia».

  • Altolà di Pechino al passaggio dei porti di Panama sotto il controllo statunitense. L’autorità Antitrust cinese ha avviato un’indagine sull’accordo stretto a inizio marzo dal gruppo di Hong Kong CK Hutchison con il fondo Usa BlackRock e la compagnia di navigazione Msc della famiglia Aponte. L’affare da 23 miliardi di dollari riguarda due porti sul canale di Panama — Balboa e Cristobal — e altri 43 scali marittimi di Ck Hutchison distribuiti fra Messico, Pakistan, Egitto, Australia e Olanda. L’inchiesta del regolatore cinese intende accertare se la loro vendita al duo BlackRock-Msc possa ledere la concorrenza e, soprattutto, gli interessi strategici di Pechino.

  • «

    Il Papa non ha mai smesso di governare la Chiesa nemmeno nei giorni del suo ricovero al Gemelli. Certo, come sappiamo, ha dovuto rallentare la sua attività quotidiana, ora l’importante è che possa riposarsi e recuperare. Come hanno detto i medici, avrà bisogno più o meno di due mesi. Il governo della Chiesa è nelle sue mani. Ma ci sono poi tante questioni più routinarie sulle quali i collaboratori della Curia possono procedere anche senza consultarlo, sulla base delle indicazioni già ricevute in precedenza e delle normative esistenti». Così il cardinale

    Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, intervistato da Gian Guido Vecchi.

  • Alla faccia del “guardare al futuro in un’ottica diversa e rinnovare il movimento»: poche ore dopo aver licenziato in tronco Emanuela Maccarani, da trent’anni alla guida delle farfalle della Ritmica, la poltrona del nuovo presidente della Federazione Italiana Ginnastica Andrea Facci sta già pericolosamente vacillando. Si è scoperto, infatti, che era lui l’interlocutore con cui l’ex numero uno federale Gherardo Tecchi scambiava commenti sessisti proprio sulle “farfalle”. Racconta tutto Marco Bonarrigo (che ha anche intervistato, in proposito, Maccarani).

  • «È allucinante sentire Stasi che si proclama innocente”. Così i genitori di Chiara Poggi, intervistati da Giusi Fasano.

  • L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per violazione del divieto di «trattamenti inumani e degradanti» nel non aver garantito adeguate cure mediche e una presa in carico da parte delle autorità competenti a un giovane detenuto tossicodipendente con problemi psichiatrici, autore in otto anni di 20 tentativi di suicidio nelle carceri in cui è dal 2016. Non solo: per la Cedu le autorità nazionali nel 2022/2023 hanno anche violato il diritto di accesso del detenuto a un tribunale, non dando esecuzione al provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che disponeva il trasferimento del detenuto in una struttura penitenziaria più adatta alle sue gravi condizioni.

 

  • Semaforo verde dalla Bce a Unicredit che incassa il permesso di acquisire il controllo diretto di Banco Bpm e indiretto delle altre società del gruppo e di Anima sgr. Era uno degli ultimi passaggi attesi dall’istituto guidato dal ceo Andrea Orcel per procedere con l’Offerta pubblica di scambio (Ops) sul Banco. Ora scatta il conto alla rovescia per la partenza dell’offerta che ai corsi attuali vale circa 15 miliardi.

  • Torna oggi la Serie A, dopo la sosta per la Nations League. Tra le partite, Juventus-Genoa (ore 18, con il debutto di Igor Tudor sulla panchina bianconera, dopo l’esonero di Thiago Motta) e Lecce-Roma (20.45).

 

Da leggere

L’editoriale di Maurizio Ferrera «La vera posta in gioco per l’Europa»: «Perché molti europei non percepiscono la Russia come una “minaccia” da cui occorre difendersi? Una delle ragioni è la mancanza di informazioni sulla natura del regime politico russo e sulle motivazioni di Putin. (…) La discussione sulla difesa europea è tutta incentrata sulle contrapposizioni astratte fra pace o guerra, burro o cannoni, armi o sanità. Il risultato è che i cittadini non capiscono che cosa ci sia da difendere. Il territorio dell’Ucraina? I confini orientali della Ue? L’approvvigionamento energetico? La nostra sopravvivenza fisica? Nessuno dice che la posta in gioco è un’altra: la difesa (appunto) del modello europeo di civiltà. Un modello che ripudia la guerra, ma non può rinunciare a proteggere se stesso. E a opporsi con fermezza contro chi non si fa problemi a usare la violenza e confonde la giustizia con l’utile del più forte». (Di rapporti con la Russia si occupa anche Paolo Lepri nella sua rubrica settimanale)

 

 

Il corsivo di Martina Pennisi «Ascoltiamo chi lavora online ed è in burnout».

L’intervento di Renato Brunetta «La salvezza di Venezia dipende da noi» (di Venezia scrive anche Aldo Cazzullo rispondendo ai lettori).

Il Caffè di Gramellini
C’è chi dice no

A furia di sentir dire dagli autori materiali di un crimine «mi sono limitato a eseguire gli ordini», ci eravamo convinti che la catena del male si potesse spezzare soltanto nelle favole. L’eroe era il cacciatore della Regina Cattiva che risparmiava la vita a Biancaneve. Ma era un eroe immaginario. La vita vera risultava un po’ meno generosa di esempi. Invece ogni tanto accade anche lì. Il chirurgo Fabrizio Obbialero è stato perseguitato per anni da un padre ossessivo e possessivo, a cui aveva rivelato di amare un uomo. Il genitore gli ha fatto tagliare le gomme dell’auto: a lui e alla madre, che poi era sua moglie, «colpevole» di aver preso le parti del figlio. Ha imparato persino ad aprire profili web per denigrare il dottor Obbialero agli occhi dei pazienti, arrivando ad accusarlo di drogarsi. Ma non gli bastava ancora e così ha ingaggiato un sicario per spezzargli le mani, affinché il chirurgo non potesse più operare. Una «morte» professionale, che nella mente di chi l’ha pensata doveva essere un castigo quasi più perfido di quella fisica.

Ma qui entra in scena il cacciatore, ovvero il sicario. Comincia a pedinare il dottor Obbialero, però al dunque si tira indietro e smaschera il piano ordito dal padre-mandante. La catena del male si spezza e il libero arbitrio trionfa. Evidentemente persino nella testa di un «cattivo» di mestiere esiste un limite insuperabile. Speriamo valga anche per quelli che tengono in mano le sorti del mondo.

Grazie per aver letto Prima Ora e buon fine settimana (qui il meteo). E ricordatevi di spostare stanotte alle 2 le lancette avanti di un’ora.

 

(Questa newsletter è stata chiusa all’1.45)

 

 

Le mail della Redazione Digital: gmercuri@rcs.itlangelini@rcs.itetebano@rcs.itatrocino@rcs.it

 

testata
venerdì 28 marzo 2025
Anche Putin tra i ghiacci
28 mar 2025Il presidente russo a Murmansk
editorialista
di   michele farina

Terremoto è un parola che usiamo spesso come metafora. Oggi la Terra ha tremato davvero nel remoto Myanmar, e ancora non sappiamo quanto l’amato popolo birmano ne sia stato colpito.

Nella newsletter di oggi, diversi viaggi: i capi delle grandi aziende occidentali invitati dal presidente cinese Xi Jinping a Pechino per parlare d’affari, mentre il rivale americano usa la lingua tagliente dei dazi. E se il vice presidente Usa sbarca in Groenlandia, il nuovo amico di Washington Vladimir Putin l’ha preceduto oltre il Circolo Polare per dare di fatto il suo via libera alla voglia di Trump di inglobarsi la più grande isola del mondo.
Oggi venti cartoline, senza dimenticare l’Ucraina e la Turchia. In fondo, la storia di tante librerie pronte ad aprire quest’anno: una piccola rivincita sull’Intelligenza Artificiale che, intanto, ha dato un dispiacere a Taylor Swift.

Buona lettura.

La newsletter America-Cina è uno dei tre appuntamenti de «Il Punto» del Corriere della Sera. Potete registrarvi qui e scriverci all’indirizzo: americacina@corriere.it

1. Xi Jinping invita i businessman a Pechino

editorialista

paolo salom

L’occasione è ghiotta. E pure servita su un piatto d’argento. Mentre Donald Trump si avventa sull’ordine mondiale e costruisce muri (commerciali) contro amici e nemici, il presidente cinese Xi Jinping, senza battere ciglio, invita i grandi manager internazionali per offrire quello che l’America ora nega: la possibilità di fare affari.

La Storia – che non ama la parola «fine» – spesso si diverte a sparigliare le carte. Il Paese che ha inventato il libero scambio e la globalizzazione ora si chiude in un isolamento tutt’altro che splendido; la Cina che ancora si dice comunista, fa di tutto per tutelare il libero mercato.

E così il Nuovo Timoniere, preoccupato per gli ostacoli crescenti al commercio eretti da un Trump sempre più furioso, ha tenuto oggi un incontro con i rappresentanti delle più grandi multinazionali nella Grande Sala del Popolo, in piazza Tienanmen, a Pechino: un summit alternativo cui hanno preso parte manager come Rajesh Subramaniam di FedEx e Bill Winters di Standard Chartered, Pascal Soriot di AstraZeneca e Miguel Ángel López Borrego di Thyssenkrupp. E ancora: Amin Nasser di Saudi Aramco, Oliver Zipse della BMW, Akio Toyoda della Toyota, Ola Källenius (Mercedes-Benz), Lee Jae-yong (Samsung), i capi della Maersk – gigante della logistica marittima- ma anche della giapponese Hitachi, dell’industria sudcoreana di semiconduttori SK Hynix e dei giganti farmaceutici Pfizer e Sanofi.

Li abbiamo elencati (quasi) tutti per dare un’idea di come in Cina si ragioni sul futuro: in grande. Soprattutto, a Pechino governa ormai un uomo che conosce la Storia e le opportunità che nascono nei momenti più inaspettati. L’incontro arriva in un momento di aspra guerra commerciale tra Pechino e l’amministrazione Trump. Con Xi che ha indirettamente definito la politica dei dazi innescata da Trump come comportamenti capaci di riportare «indietro» le lancette del tempo.

«La Cina è fermamente impegnata a promuovere le riforme e l’apertura» e le sue porte «si apriranno sempre di più», ha affermato tra l’altro il leader cinese. Il suo intento – non dichiarato, ma evidente – è quello di spostare il centro del mondo; o meglio, riportare il centro del mondo dove, nella visione sinocentrica, è naturale che si trovi: sul meridiano di Pechino.

2. Il terremoto in Myanmar

redazione online

La duplice scossa (magnitudo 7.7 e 6.4) che ha colpito il Myanmar ha provocato gravissimi danni nella parte centrale del Paese, in particolare nelle città di Mandalay e Naypydaw, la capitale istituita dalla giunta militare al governo. Relativamente tranquilla invece la situazione a Yangon, la città più grande. Testimoni in loco riferiscono di una catastrofe di immani dimensioni ma le notizie dal Myanmar. soggetto a una feroce dittatura, restano scarse.

Il bilancio ufficiale è di 25 morti accertati ma altre fonti stimano cifre ben maggiori, L’Us Geological Service parla di migliaia di morti possibili» vista l’intensità del sisma. Fonti della Bbc parlano di «centinaia di morti». In sei distretti è stato dichiarato lo stato di emergenza: la Croce Rossa internazionale riferisce che sono saltate le linee dell’elettricità e sono crollati ponti e strade. Preoccupa la tenuta di alcune dighe… (qui tutti gli aggiornamenti).

3. Intrappolati in un palazzo a Bangkok

redazione online

La scossa è stata avvertita con forza anche a Bangkok, capitale della vicina Thailandia, distante 1.400 km, dove è crollato un grattacielo di 30 piani in costruzione nella zona di Chatuchak: qui 81 operai sono intrappolati sotto le macerie e i soccorsi sono al lavoro per cercare di tirarli fuori vivi. Si registrano anche feriti a causa del crollo… (qui l’articolo completo).

4. Perché Il dollaro perde terreno?

marco sabella

A inizio gennaio 2025 la forza del dollaro sembrava inarrestabile. Dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca il biglietto verde aveva rapidamente guadagnato posizioni contro tutte le principali valute e sembrava destinato a raggiungere rapidamente la parità contro euro e forse addirittura a spingere la divisa comune europea sotto quota 1, dopo che il 10 gennaio scorso il dollaro aveva toccato un massimo di 1,02 contro euro. Ma poi qualche cosa non ha funzionato e il dollaro ha incominciato a indebolirsi.

Peter Kinsella, responsabile delle strategie valutarie di Union Bancaire Privée, fa il punto sugli ultimi sviluppi del mercato delle valute. «Dall’insediamento di Donald Trump, la fiducia dei consumatori statunitensi è peggiorata, riflettendo i maggiori livelli di incertezza legata ai dazi. I tassi di interesse statunitensi a lungo termine sono diminuiti e, di conseguenza, il vantaggio a livello di carry (rendimento cedolare) del dollaro USA rispetto alla maggior parte delle valute dei Paesi del G10 e dei mercati emergenti si è ridotto»… (qui l’articolo completo).

5. Tecnologie verdi, Trump frena e la Cina accelera

editorialista

federico fubini

Giorni fa la cinese Byd, maggiore produttore di auto elettriche al mondo, ha provocato una caduta del 5% in borsa del titolo di Tesla. È bastato un annuncio del suo fondatore Wang Chuanfu, un chimico nato in una famiglia di contadini nella provincia rurale della Cina, orfano di entrambi i genitori dall’infanzia e oggi dotato di patrimonio di 29 miliardi di dollari. Wang ha detto che il suo gruppo produrrà modelli in grado di assorbire in cinque minuti ricariche per coprire 470 chilometri. Tesla invece ricarica in tempi tre volte più lunghi per distanze un terzo più corte. E naturalmente esiste tutta una letteratura sui cosiddetti «Sputnik moments», quei passaggi in cui un rivale – un tempo l’Unione sovietica, oggi la Cina – minaccia di superare gli Stati Uniti in qualche settore.

Ma quel che sta succedendo ora va oltre, per certi aspetti. Non c’è solo la leadership che i produttori cinesi hanno assunto nelle tecnologie o nel mercato dell’auto elettrica. Né solo il fatto che l’export di tecnologie cinesi per la decarbonizzazione è passato da circa 120 miliardi di dollari nel 2016 al doppio nel 2023 (e continua a crescere), mentre gli Stati Uniti vedono quasi un ristagno del loro export di green tech e viaggiano con un deficit commerciale di settore da quasi 80 miliardi… (qui l’articolo completo).

6. Dazi, la Ue pronta a reagire

editorialista

francesca bassocorrispondente da Bruxelles

La strategia della Commissione europea nei confronti della nuova ondata di dazi annunciata dal presidente Usa Trump — il 25% sulle auto importate negli Stati Uniti — non cambia. C’è il «rammarico» espresso dalla presidente von der Leyen, insieme all’intenzione di «continuare a cercare soluzioni negoziate, salvaguardando i propri interessi economici». La via è quella di «valutare» l’annuncio di mercoledì «insieme alle altre misure che gli Stati Uniti prevedono di adottare nei prossimi giorni».

Le dichiarazioni a caldo di mercoledì sera sono state confermate a freddo ieri da un portavoce della Commissione Ue, che ha ribadito che per Bruxelles «la priorità è trovare una soluzione negoziata», ma allo stesso tempo «se necessario, forniremo una risposta ferma, proporzionata, solida, ben calibrata e tempestiva a qualsiasi misura sleale e controproducente da parte degli Stati Uniti». Per ora la strada del dialogo non sta funzionando… (qui l’articolo completo).

7. La Casa Bianca e lo scandalo Signal, ora Waltz può saltare: «Tutti sono d’accordo su una cosa: è un idiota»

editorialista

viviana mazzacorrispondente da New York

La Casa Bianca ammette che c’è stato «un errore» nella gestione delle informazioni sugli attacchi agli Houthi sulla piattaforma Signal e che ci saranno «cambiamenti, in modo che una cosa del genere non succeda mai più», afferma la portavoce Karoline Leavitt, la quale però continua a sottolineare che la questione viene pompata in modo esagerato dai media.

Il giudice James Boasberg: per lui Trump aveva chiesto l’impeachment

Solo qualche repubblicano, in un partito schierato in maniera massiccia con il presidente, si fa avanti pubblicamente per chiedere chiarezza sulla questione: il presidente della commissione Forze Armate del Senato Roger Wicker, in una lettera firmata insieme al principale collega democratico nella commissione, chiede all’ispettore generale del dipartimento della Difesa di aprire un’indagine. La Casa Bianca non ha fornito aggiornamenti invece sull’indagine interna che afferma di aver aperto.

Intanto un giudice di Washington, James Boasberg, ha convocato ieri in tribunale l’amministrazione Trump per un’udienza di emergenza: un’associazione ha fatto causa contro il governo per quella chat, affermando che la legge federale richiede che quel tipo di conversazioni vengano registrate negli Archivi Nazionali ma i messaggi si auto-cancellavano su Signal. Il giudice Boasberg non è una buona notizia per Trump: è lo stesso di cui il presidente e i suoi alleati hanno chiesto l’impeachment per come sta seguendo alcuni casi sulle deportazioni di migranti. Normalmente l’Fbi e il dipartimento di Giustizia aprirebbero un’inchiesta per valutare se siano state condivise informazioni classificate senza autorizzazione su una simile chat. Ma la ministra della Giustizia Pam Bondi ha dichiarato ieri che le informazioni condivise erano «sensibili ma non classificate» e ha aggiunto: «Se volete parlare di informazioni classificate, parliamo di quello che c’era a casa di Hillary Clinton, parliamo dei documenti classificati nel garage di Joe Biden ai quali aveva accesso il figlio Hunter»… (qui l’articolo completo).

8. Le tre lezioni del SignalGate
editorialista
massimo gaggi
da New York

Il SignalGate conferma e approfondisce due degli aspetti più inquietanti del Trump 2: la sfacciata negazione della realtà con la creazione di «fatti alternativi» non solo nelle materie di confronto politico interno, ma anche in quello, assai più delicato, dell’impegno militare Usa nel mondo; l’attacco al mondo dell’informazione… (qui l’articolo completo).

Walz, consigliere per la sicurezza nazionale, con il ministro della Difesa

 

9. Anche Putin va nell’Artico (Vance in Groenlandia)
editorialista
irene soave

Vladimir Putin è volato al Forum Artico di Murmansk, la più grande città a nord del Circolo Polare Artico, affacciata su una baia nel mare di Barents, all’estremo Ovest del suo impero. Lì ha tenuto un discorso sulla volontà russa di «rafforzare la nostra leadership globale nell’Artico», ammonendo circa l’«intensificarsi della competizione geopolitica in questa regione». Poi ha pronunciato quello che è sembrato un segnale di disponibilità a cooperare: come esempio di questo nuovo corso di tensioni nell’Artico ha citato «i piani americani in relazione alla Groenlandia», che «è stato un errore non aver preso sul serio».

Vladimir Putin a Murmansk

 

«Questi programmi hanno profonde radici storiche – ha continuato Putin – ed è chiaro che gli Stati Uniti continueranno a perseguire i propri interessi militari, geostrategici, politici ed economici nell’Artico». Di per sé una notizia: solo sei mesi fa, con Joe Biden alla Casa Bianca, sarebbe stato impensabile che il leader russo pronunciasse parole così poco critiche nei confronti degli Stati Uniti. «La Groenlandia», ha aggiunto, «è un problema tra due Paesi specifici (Usa e Danimarca, ndr). Non ha a che vedere con noi».

 

Fin qui, la carota. Il bastone: Mosca, ha detto il suo imperatore, è preoccupata «solo per il fatto che i Paesi della Nato, nel loro complesso, stanno sempre più puntando i riflettori sull’estremo nord come una testa di ponte per un potenziale conflitto», ha spiegato, con «il dispiegamento di truppe» compreso «quelle delle loro nuove reclute, Finlandia e Svezia, con le quali non abbiamo avuto problemi fino a poco tempo fa». La Russia sta «progettando una risposta», perché «non permetteremo intrusioni nella sovranità del nostro Paese e proteggeremo stabilmente i nostri interessi». Ha così annunciato di voler aumentare il numero di soldati dispiegati nella regione. «Il numero di militari qui crescerà».

Intanto la Groenlandia si è data un governo. Dopo le elezioni di inizio marzo, vinte da partiti che respingono con forza l’interesse del presidente americano Trump sull’ex colonia danese, ha ora un solido governo di larghissime intese, che coinvolge 4 partiti sui 5 che compongono l’arco costituzionale. Ne resta fuori Naleraq, un partito liberale e turbo-indipendentista i cui membri hanno detto spesso, in campagna elettorale, che il futuro di una Groenlandia autonoma non può essere pensato senza tenere in conto un ruolo degli Stati Uniti. Il più probabile futuro premier, il democratico Jens-Frederik Nielsen, ha invece vinto molti consensi dichiarando che «la Groenlandia non è in vendita». Il suo incarico dovrebbe essere assegnato oggi.

Oggi è prevista nel territorio semiautonomo danese anche la visita del vicepresidente Usa JD Vance, con la moglie Usha Vance – l’annuncio della cui partecipazione alla corsa di cani da slitta più attesa dell’anno è bastato a farla annullare. «Nessuno li ha invitati formalmente», ha chiarito il premier ad interim Mute Egede nei giorni scorsi. E i titoli dei giornali di tutto il mondo sprecano i calembour su quanto fredda sarà l’accoglienza alla coppia vicepresidenziale, che i groenlandesi vedono in gran parte come colonizzatori. I due hanno accorciato il programma della visita ma non l’hanno annullata, e i commenti di Donald Trump sul fatto che la Groenlandia verrà presa «in un modo o nell’altro», cioè anche con l’uso della forza, dicono chiaramente quanto ai suoi emissari importi di essere accolti freddamente o no.

10. Meloni: «Le critiche di Vance all’Europa? Sono d’accordo»
franco stefanoni

 

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un’intervista al Financial Times – la prima a una testata straniera – appena concluso a Parigi l’incontro della coalizione dei Paesi europei volenterosi, ha dichiarato di condividere l’attacco del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance all’Europa per aver presumibilmente abbandonato il suo impegno a favore della libertà di parola e della democrazia.

 

Con il presidente francese Macron

 

 

«Devo dire che sono d’accordo», ha detto. «Lo dico da anni… L’Europa si è un po’ persa». Aggiungendo: «Le critiche di Trump all’Europa non erano rivolte al suo popolo, ma alla sua «classe dirigente … e all’idea che invece di leggere la realtà e trovare il modo di dare risposte alle persone, si possa imporre la propria ideologia alle persone». Secondo Meloni, è da respingere con fermezza l’idea che l’Italia debba scegliere tra Stati Uniti ed Europa. Una scelta che considera tanto «infantile» quanto «superficiale»… (qui l’articolo completo).

 

11. Lo show crudele degli immigrati deportati
editorialista
matteo persivale

 

Il berretto blu da baseball, la maglietta bianca a maniche lunghe, il Rolex Daytona d’oro da 50 mila euro, l’espressione truce. Dietro di lei, il gabbione con i venezuelani deportati in El Salvador: in mutandoni bianchi, a torso nudo per mostrare all’America la mappa di tatuaggi, le teste rasate all’arrivo nel Terrorist confinement center.

 

 

 

La giacca nera, il dolcevita nero sul quale spicca luccicante il crocefisso che porta sempre al collo, i capelli color platino, l’espressione disgustata dalle domande dei giornalisti. Kristi Noem e Pam Bondi, una responsabile della Sicurezza Nazionale e l’altra della Giustizia, ministre e content creator: la giornata di ieri ha dato la dimostrazione plastica, prima ancora che aprissero bocca, del funzionamento della presidenza Trump II… (qui l’articolo completo).

 

12. Ministero della Salute Usa, licenziati 10 mila dipendenti su 82 mila
redazione esteri

 

La Casa Bianca ha annunciato ieri che 10 mila degli attuali 82 mila dipendenti del dipartimento della Salute e dei Servizi umani verranno licenziati, nell’ottica di una riorganizzazione del dipartimento voluta dal segretario della Salute, Robert Kennedy Jr. (foto sotto). In particolare, i tagli si concentreranno su due agenzie: la Food and Drug administration, che si occupa di alimenti e farmaci, e i Centers for Disease Control and Prevention, ente che si occupa della salute pubblica. «Faremo più cose con meno personale», ha spiegato Kennedy. I democratici attaccano: «Mettono a rischio la salute dei cittadini statunitensi».

 

 

 

Donald Trump ha ritirato la candidatura di Elise Stefanik, deputata repubblicana di New York, come ambasciatrice presso l’Onu. In un post su Truth, il presidente afferma la necessità di «mantenere ogni seggio repubblicano mentre facciamo avanzare l’agenda dell’America First» e di non voler quindi «rischiare che qualcun altro corra per il seggio di Elise» che è eletta nello Stato di New York. La decisione di Trump è stata salutata dallo Speaker della Camera, Mike Johnson, che ha lodato Stefanik per aver accettato di rinunciare all’importante incarico per il bene del partito. I repubblicani hanno una maggioranza di 218 deputati contro 213.

 

13. I bambini ucraini deportati in Russia: «Dobbiamo fare in fretta»
editorialista
lorenzo cremonesi
inviato a Kiev

 

Ci sono 19.546 bambini ucraini rapiti dai russi nei territori occupati, una parte dei quali deportati in «centri di rieducazione» organizzati per volere diretto del Cremlino. Oggi le attività di monitoraggio e i tentativi di rimpatrio sono danneggiati dalla scelta dell’amministrazione Trump di tagliare i fondi alle organizzazioni che se ne occupano. «Per noi è un grave danno. Se non altro perché l’assenza americana riduce l’attenzione internazionale sul tema», sostiene Kateryna Rashevska (foto sotto), del Centro per la Difesa dei Diritti Umani di Kiev.

 

 

A suo dire, 1.243 bambini di quelli rapiti sono stati fatti rientrare alle loro case anche grazie alla mediazione di Santa Sede, Qatar e Sudafrica. «Occorre fare in fretta – aggiunge -. I russi hanno seri programmi di indottrinamento. Funzionano specie con i più piccoli, che vengono trasformati in fanatici patrioti russi pronti a farci la guerra».

 

14. La grande incertezza

 

(Lorenzo Cremonesi)  «Non sappiamo bene cosa pensare di questa incerta e instabile tregua mediata dagli americani tra noi e i russi. Non ci sono regole precise, i termini degli accordi cambiano continuamente alle spalle di noi ucraini. Manca un sistema trasparente e garantito di monitoraggio: non è chiaro chi può testimoniare la validità delle accuse contro chi viola la tregua e quali siano le conseguenze», dicono dagli uffici della presidenza a Kiev.

 

 

 

Sono umori raccolti tra i funzionari governativi e tra i commentatori locali. A pochi giorni dai colloqui in Arabia Saudita, che secondo Donald Trump avrebbero dovuto inaugurare le tregue parziali nel Mar Nero e sulle infrastrutture energetiche, per poi avviare un processo di pace comprensivo e duraturo, la parola che meglio rende lo stato d’animo ucraino è: «incertezza». L’unico principio di comportamento preciso che Volodymyr Zelensky si è dato… (qui l’articolo completo).

 

15. La coalizione degli svogliati
editorialista
antonio polito

 

Lo vuole Trump. La Germania pure, e lo farà. Com’è allora che in Italia sia i seguaci del nuovo presidente americano sia gli europeisti vecchia maniera resistono, nicchiano, tergiversano, cavillano?
Il piano di riarmo europeo (per carità, in omaggio al politicamente corretto ricordiamo che non si tratta solo di comprare cannoni, ma anche produrre satelliti, software, cybersecurity, e tutte le cose che suonano meglio di «riarmo»), in Italia è ostacolato da una coalizione bipartisan che potremmo chiamare degli «svogliati»… (qui l’articolo completo).

 

16. Taccuino: se gli Houthi minacciano Dubai
editorialista
guido olimpio

Yemen. Un alto dirigente Houthi ha minacciato di colpire Dubai e Abu Dhabi. Una risposta – è la tesi – all’appoggio dato dagli Emirati agli Usa, in particolare con la trasmissione di dati importanti sui bersagli. La sortita coincide con una nuova fase di raid americani piuttosto pesanti sulle posizioni della milizia filoiraniana: nelle scorse ore sono stati registrati numerosi strike. E gli osservatori continuano a prevedere una escalation.

Iraneide. L’Iran ha risposto in modo ufficiale al sollecito di Donald Trump sull’apertura di negoziati. Teheran ha inviato una lettera (non si conosce il contenuto) attraverso l’Oman, Paese preferito dagli ayatollah quale mediatore mentre Washington si era affidata agli Emirati. Come avevamo segnalato la Repubblica islamica sarebbe disponibile a trattative indirette sul nodo nucleare. Ad ogni modo sono segnali interessanti nel solito quadro di grande instabilità.

Triangoli. Un blogger militare russo sostiene che l’Ucraina ha ricevuto molte munizioni per artiglieria di produzione «sovietica». Sono proiettili che erano in dotazione all’esercito siriano di Assad, alleato storico di Mosca, e ora dirottate verso Kiev. Un’operazione, sempre secondo la fonte, grazie alla collaborazione logistica della Turchia. Non ci sono conferme ufficiali ma la notizia potrebbe essere plausibile. Le vie delle armi sono infinite.

17. Dilek Imamoglu: «La forza delle donne turche»
editorialista
monica ricci sargentini

Dilek Imamoglu, 50 anni, è la moglie del sindaco di Istanbul arrestato il 19 marzo con l’accusa di corruzione e rapporti con organizzazioni terroristiche. In questi giorni si è spesa senza sosta al fianco di chi protestava. «Oggi è stata una giornata dura, ma vinceremo resistendo. Hanno arrestato Ekrem. Non sanno le conseguenze di questa decisione illegittima, ma impareranno», aveva detto domenica dal tetto del bus del Chp al milione di persone che si erano radunate in piazza Saraçhane, davanti al palazzo del Comune di Istanbul.

 

«Per giorni avevo intuito che qualcosa stava per succedere – ha scritto oggi sull’Economist -. Ekrem, l’uomo che ha strappato Istanbul dalla morsa del Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) di Recep Tayyip Erdogan alle elezioni locali del marzo 2019 e che da allora lo ha sconfitto due volte, ha dovuto affrontare a lungo un incessante tentativo di estrometterlo dalla vita pubblica. Ma negli ultimi mesi gli attacchi sono diventati più feroci».

 

«Il governo turco non aveva messo in conto la reazione della folla: «L’arresto e la sospensione di Ekrem dall’incarico avevano lo scopo di intimidire lui e il pubblico. Invece, hanno galvanizzato le persone in tutta la Turchia. In tutte le province e le divisioni politiche, indipendentemente da età, background o genere, milioni di persone vedono questo momento come un punto di svolta per la democrazia del Paese. Il caso di Ekrem ora è il simbolo di qualcosa di più grande: il crollo dello stato di diritto, la riduzione dello spazio per la libertà di espressione e il crescente divario tra coloro che governano e coloro che ritengono che i loro voti siano annullati».

 

Dilek Imamoglu, che negli ultimi 30 anni si è spesa in attità benefiche di sostegno alla popolazione, soprattutto femminile, promette che continuerà a lottare: «Traggo la mia forza e il mio coraggio dalle donne di tutta la Turchia: madri, professioniste, studentesse, giovani, lavoratrici che hanno tenuto duro. Credo nel Paese che possiamo ricostruire, fondato non sulla paura ma sulla democrazia, sullo stato di diritto, sull’uguaglianza, sull’inclusione e sulla coesistenza». Ieri intanto il sindaco di Istanbul dal carcere ha denunciato su X l’arresto del suo avvocato Mehmet Pehlivan.«Come se il colpo di Stato contro la democrazia non fosse abbastanza, non possono tollerare che le vittime si difendano da sole» (qui l’intervento del premio Nobel Orhan Pamuk sul Corriere).

 

18. Processo Depardieu, le richieste dell’accusa
redazione esteri

Diciotto mesi di prigione con sospensione condizionale della pena. È quanto ha chiesto ieri l’accusa per Gérard Depardieu nell’ultimo giorno del processo che lo ha visto imputato per violenza sessuale ai danni di due donne durante le riprese di un film nel 2021.
È stata anche chiesta la condanna al versamento di 20 mila euro a titolo di risarcimento delle vittime e l’obbligo per l’attore di seguire un percorso di terapia psicologica. Il procuratore ritiene che Depardieu abbia «approfittato della sua notorietà e della condizione di inferiorità delle due vittime».

 

19. Intelligenza artificiale e diritto d’autore, la sconfitta di Taylor Swift
editorialista
paolo ottolina

Una sentenza importante nel rapporto, ancora tutto da scrivere, tra l’intelligenza artificiale e il diritto d’autore arriva da un tribunale della California, dove la giudice Eumi Lee ha respinto un’ingiunzione di Universal Music Group e altre case aziende musicali contro Anthropic, la società specializzata in AI che produce il chatbot Claude. Universal aveva cercato di impedire alla società di intelligenza artificiale fondata dai fratelli Amodei di utilizzare testi protetti da copyright per addestrare i suoi modelli di intelligenza artificiale.

 

 

Come riporta tra gli altri il Wall Street Journal, Concord, ABKCO Music & Records, Universal Music e diverse sussidiarie – che rappresentano un’ampia platea di artisti, con star che vanno da Taylor Swift ad Ariana Grande fino ai Rolling Stones – avevano citato in giudizio Anthropic nell’ottobre 2023 con l’accusa di essere danneggiati dall’utilizzo di materiale protetto da copyright per addestrare Claude… (qui l’articolo completo).

 

20. Soltanto libri e ancora libri: la riscossa di Barns & Noble
editorialista
cristina taglietti

Riparte da 60 la nuova vita di Barnes & Noble, la catena di librerie americana che, dopo aver dominato il mercato del retail per decenni, era caduta in disgrazia con la crisi finanziaria del 2007 e lo strapotere di Amazon. L’azienda era stata costretta a licenziare un decimo dei suoi dipendenti ed era famosa per il 25 per cento delle rese (un libro su quattro rimaneva invenduto).

Nelle mani di James Daunt (foto sopra), geniale libraio-manager britannico che ha salvato dal fallimento, in patria, la catena Waterstones, nel 2024 B&N ha aperto (o riaperto) 57 negozi, portando il suo totale a circa 650. Quest’anno ne aprirà altri 60. Figlio di diplomatici, ex banchiere a J.P. Morgan, Daunt, che ha assunto la carica di amministratore delegato nel 2019 dopo che Barnes & Noble era stata acquistata dall’edge fund Elliott Management, ha applicato una ricetta semplice: tornare al core business, cioè alla vendita del libro, eliminando gadget, zaini, acqua in bottiglia e altri articoli che minavano la credibilità delle librerie. Ha anche cancellato la consuetudine a «vendere» le vetrine alle case editrici per la promozione di libri scelti da loro. I librai dunque tornano a decidere che cosa mettere sugli scaffali, nella convinzione che chi entra possa uscire con un titolo che non aveva previsto di acquistare.

25. Ora legale
Grazie. A lunedì. Cuntrastamu.
​Michele Farina

«America-Cina» esce dal lunedì al venerdì alle ore 13
Per segnalazioni e commenti scrivete a americacina@corriere.it
Se ti piace questa newsletter, condividila con i tuoi amici.
Ricevi questa email in quanto iscritto alla newsletter. Titolare del Trattamento Dati è RCS MediaGroup S.p.A.
Se intendi disiscriverti da «Il Punto» e non ricevere più le newsletter «Il Punto-Prima Ora», «Il Punto-America-Cina», «Il Punto-Rassegna Stampa», «Il Punto-Ultimora», «Il Punto-Edizione Speciale», «Il Punto-Extra per voi» fai click qui. Se desideri rettificare, modificare, consultare i tuoi dati o comunque esercitare i diritti riconosciuti ai sensi degli artt. 15-22 del Regolamento UE 2016/679 scrivi a privacy@rcsdigital.it
Ritieni interessante questa newsletter? Non perderti gli altri appuntamenti con l’informazione di Corriere della Sera. Scopri tutte le newsletter ed iscriviti subito.