LA RASSEGNA STAMPA DI OGGI
DA “Il Fatto”, “Dagospia”, “Notix” e “Cronachedi” e le prime pagine dei giornali di oggi a cura della redazione dell’Agenzia Cronache / Direttore Ferdinando Terlizzi
Torna di moda la massima Andreottiana: ” LA LEGGE PER I NEMICI SI APPLICA PER GLI AMICI SI INTERPRETA”, ma allora non è vero che la legge è uguale per tutti? Che significa chiedere le condizioni delle carceri prima di decidere? Ma quanta cortesia per questi politici ladri che sono tutti uguali ( La Le Pen ha distratto alla Comunità 14 miliardi delle vecchie lire ). Ma la cosa strana è che i politici considerano i magistrati loro nemici e invece questi ultimi si comportano da signori. Poi ogni volta che vengono colpiti dicono sempre GIUSTIZIA AD OROLOGERIA. Ma chi vi crede ormai? ( Ferdinando Terlizzi)
Le Pen, 10 mila nuovi iscritti Corte: sentenza in estate ’26

Parigi. Il Rassemblement national ha annunciato 10 mila nuove iscrizioni al partito dalla condanna a quattro anni di carcere, con cinque di ineleggibilità immediata, contro Marine Le Pen. Una petizione online “contro la dittatura dei giudici” aperta dal presidente Rn, Jordan Bardella, ha raccolto 300 mila firme. Sempre Bardella ha anche lanciato un appello alla “mobilitazione popolare” e un primo raduno è annunciato per domenica, a Parigi, a cui sono invitati anche gli alleati europei.
“Il sistema ha sganciato la bomba nucleare”, ha detto Marine Le Pen in una riunione del Rn, vomitando rabbia sui giudici “tiranni”, che l’hanno condannata col solo scopo, a suo avviso, di impedirle di candidarsi all’Eliseo nel 2027: “Ma non lasceremo che ai francesi vengano rubate le Presidenziali”. La patronne dell’estrema destra userà “ogni via legislativa” per contrastare la sentenza del tribunale. Si è pure paragonata ad Aleksej Navalny, il dissidente russo morto in prigione, e a Ekrem Immoglu, l’oppositore di Erdogan arrestato a Istanbul: “Come possiamo continuare a dare lezioni di democrazia?”. Bardella ha a sua volta paragonato Parigi a Bucarest, dove il candidato di estrema destra Georgescu è stato escluso dalle presidenziali. La rabbia di Marine Le Pen nasconde la frenesia di un partito che non ha un’alternativa per il 2027. Non c’è nessun piano B, né l’intenzione di nominare un successore: la candidata “naturale” del Rn all’Eliseo resta lei. Le possibilità di presentarsi sono scarse, data la gravità della sentenza. Ma se il processo d’appello si chiudesse nell’estate 2026, come nelle intenzioni che la Corte ha comunicato ieri, e la sentenza fosse più clemente, i tempi, per quanto stretti, glielo permetterebbero. Allora Le Pen sta inviando i suoi fedeli negli studi di tutte le tv e nelle strade di Hénin-Beaumont, il feudo di Rn al nord: è tempo di mobilitarsi. Quasi un inizio surreale di campagna. “Metteremo il sistema in ginocchio”, ha detto uno dei suoi collaboratori. Intanto frange violente inviano minacce alla magistrata che ha letto la sentenza, Bénédicte de Perthuis, esperta di casi finanziari, ora con una pattuglia di polizia davanti casa.
La strategia di puntare l’attenzione sull’ineleggibilità serve alla Le Pen anche a sorvolare sulla gravità della sentenza per appropriazione indebita di fondi pubblici: una frode ai danni dell’Ue durata più di dieci anni e per più di 4 milioni di euro iniziata da suo padre Jean-Marie. Ineleggibilità che, però, ha “turbato” anche il premier François Bayrou, al punto da voler lanciare una “riflessione” in Parlamento per far evolvere la legge.
Confisca ai mafiosi: in Europa è gradita, in Italia è osteggiata
Sono passati circa 43 anni da quando venne approvata il 13 settembre 1982 la proposta di legge (Rognoni-La Torre), che introdusse, fra l’altro, la confisca di prevenzione (preceduta dal sequestro) per la criminalità organizzata di tipo mafioso. Una confisca che – mirando a rimuovere i beni di origine illecita dalla circolazione economica, con o senza una precedente condanna penale – rappresentò una rivoluzione copernicana. Quell’idea si nutrì del contributo del Consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, assassinato con un’autobomba il 29 luglio 1983, che l’aveva suggerita e condivisa con Pio La Torre, il quale con tenacia l’aveva portata avanti, tant’è che i mafiosi decisero di ucciderlo il 30 aprile 1982. Questa misura ha fattivamente contribuito all’erosione delle enormi ricchezze accumulate dalla criminalità organizzata e ha rappresentato una spina dolorosa nel fianco dei corleonesi, che hanno mirato a farla eliminare con le stragi del biennio 1993-1993, pretendendo, fra l’altro, la sua abolizione in cambio della cessazione dello stragismo.
Quel modello normativo nel corso degli anni è stato esteso anche a forme diverse di criminalità rispetto a quella mafiosa. Sebbene l’originaria normativa abbia subito modifiche significative, la misura ha trovato un crescente consenso internazionale. Di recente, il sistema italiano della confisca di prevenzione è stato assunto come ‘modello’ dal legislatore europeo nell’ambito dell’Unione e il 13 febbraio 2025 è intervenuta un’importante sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo che ha riconosciuto la piena legittimità della confisca con la normativa europea, rigettando i molteplici ricorsi avanzati, stabilendo che può essere applicata nei confronti di beni di presunta origine illecita con la finalità di impedire l’arricchimento ingiusto. I giudici di Strasburgo hanno sottolineato l’importanza di due requisiti che ne condizionano l’applicabilità elaborati dalla giurisprudenza italiana: uno è quello della c.d. correlazione temporale, secondo cui la misura può essere applicata solo nei confronti di beni acquisiti dall’individuo durante il periodo in cui avrebbe presumibilmente commesso reati comportanti profitti illeciti; l’altro è quello elaborato dalla Corte costituzionale, in forza del quale la misura è giustificata solo nella misura in cui i reati presumibilmente commessi dall’individuo in questione siano fonte di profitti illeciti, per un importo ragionevolmente congruo con il valore dei beni da confiscare. Una decisione che rappresenta dunque un arresto rassicurante circa la conformità di tale modello di non-conviction based confiscation rispetto ai canoni garantistici e che produce un effetto deterrente legato al messaggio che la confisca è in grado di lanciare, e cioè che il crimine non paga.
Si è così venuta a creare una situazione paradossale: all’estero la confisca di prevenzione viene mutuata, mentre nel nostro paese si assiste a una continua campagna di demonizzazione dell’istituto, che vede in prima linea media politicamente orientati, l’Unione delle Camere penali ed esponenti delle università, tutti portatori di una diversa sensibilità rispetto alla pericolosità del patrimonio illecitamente accumulato. Eppure, la criminalità mafiosa conserva la sua pericolosità, si sono affermati gruppi criminali stranieri di straordinaria pericolosità (cinesi, albanesi e nigeriani), la corruzione e la criminalità economica si diffondono in modo continuo.
Se l’attacco all’istituto in sede europea è stato per ora respinto, si rimane in attesa della decisione di un altro delicato caso portato all’attenzione di Strasburgo: quello oggetto del ricorso “Cavallotti c. Italia”, in cui dovrà essere affrontato – tra gli altri – il delicato tema dell’ammissibilità di esiti divergenti tra processo penale e di prevenzione, potendo il secondo concludersi con l’applicazione della misura anche a fronte di un’assoluzione nel merito in sede penale.
L’Italia chiede l’Iva a Meta, X e LinkedIn. Per Trump l’imposta è “peggio dei dazi” e merita ritorsioni
Le contestazioni delle Entrate a pochi giorni dal “Liberation Day” del 2 aprile quando scatteranno le tariffe reciproche di Washington nei confronti dei partner commerciali

La guerra dei dazi di Donald Trump contro i partner commerciali, rei secondo il presidente di danneggiare le imprese statunitensi con barriere agli scambi che a suo dire comprendono l‘Imposta sul valore aggiunto, torna a incrociarsi con le richieste del fisco italiano a Big Tech. La settimana scorsa, a pochi giorni dal “Liberation Day” del 2 aprile quando scatteranno le tariffe reciproche nei confronti dei Paesi Ue e non solo, l’Agenzia delle Entrate ha infatti notificato a Meta e X – nei cui confronti le contestazioni erano già note – e anche a LinkedIn avvisi di accertamento rispettivamente per 887, 12,5 e 140 milioni di euro di Iva non pagata per gli anni che vanno dal 2015-16 al 2021-22. Il passo avanti nella vicenda, rivelato da Reuters, è arrivato dopo che i tre gruppi non hanno aderito al contraddittorio preventivo.