LA RASSEGNA STAMPA DI OGGI 

DA “Il Fatto”, “Dagospia”, “Notix” e “Cronachedi” e le prime pagine dei giornali di oggi a cura della redazione dell’Agenzia Cronache / Direttore Ferdinando Terlizzi

Torna di moda la massima Andreottiana: ” LA LEGGE PER I NEMICI SI APPLICA PER GLI AMICI SI INTERPRETA”, ma allora non è vero che la legge è uguale per tutti? Che significa chiedere le condizioni delle carceri prima di decidere? Ma quanta cortesia per questi politici ladri che sono tutti uguali ( La Le Pen ha distratto  alla Comunità 14 miliardi delle vecchie lire ). Ma la cosa strana è che i politici considerano i magistrati loro nemici e invece questi ultimi si comportano  da signori. Poi ogni volta che vengono colpiti dicono sempre GIUSTIZIA AD OROLOGERIA. Ma chi vi crede ormai?  ( Ferdinando Terlizzi) 

DAILY MAGAZINE

 

Inchiesta Huawei, il giudice chiede notizie sulle carceri belghe prima di decidere sull’estradizione della segretaria di Martusciello

NAPOLI – La Corte di Appello di Napoli (VIII sezione penale, presidente Donatiello, giudici relatori Forte e Grasso) ha accolto le richieste presentate oggi dagli avvocati di Lucia Simeone, la collaboratrice del parlamentare europeo di Forza Italia Fulvio Martusciello, colpita da un mandato di arresto europeo, e chiederà alle autorità belghe informazioni sulle sue strutture carcerarie.

Simeone è coinvolta in un’inchiesta incentrata su un presunto giro di tangenti versate ad alcuni politici affinché si spendessero in sede Ue, attraverso una missiva, per favorire il colosso cinese Huawei sul 5G. Su richiesta dell’autorità giudiziaria italiana, quindi, il Belgio dovrà fornire informazioni sul carcere dove l’indagata potrebbe essere detenuta nel rispetto dei diritti fondamentali della persona e anche del suo precario stato di salute. La risposta dovrà essere recapitata dalle autorità belghe entro il 15 aprile, data della prossima udienza.

I legali di Simeone, gli avvocati Antimo Giaccio e Claudio Pollio, hanno depositato oggi una certificazione medica neurologica redatta da un consulente di parte nella quale viene evidenziato il precario stato di salute dell’ indagata, sofferente a causa di frequenti attacchi di panico. La donna, inoltre, secondo i suoi avvocati, non dorme e non si nutre. Depositato contestualmente anche uno studio sulle condizioni delle carceri in Belgio dal quale si evidenziano “trattamenti degradanti e inumani”.

Dai legali è giunta la richiesta di accertare la compatibilità delle carceri belghe con le condizioni di salute di Lucia Simeone: le cure farmacologiche a cui è attualmente sottoposta, peraltro, prevedono una ricalibrazione periodica della posologia delle medicine, e i legali chiedono che l’ eventuale struttura carceraria di destinazione belga, da individuare in concreto, sia attrezzata per questo tipo di trattamento. Su questa istanza il sostituto procuratore generale di Napoli Valeria Gonzalez Y Reyero, ha espresso parere favorevole.

La segreteria di Martusciello è accusata di avere ricevuto un bonifico di mille euro per corrompere altri euro parlamentari allo stato non identificati. I reati contestati sono associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio. Gli avvocati hanno invocato ai giudici il rispetto del giusto processo, del diritto di difesa e dell’inviolabilità della libertà personale.

Salari dimezzati a chi fa le pulizie in Tribunale, esplode la rivolta a S. Maria C.V.

Protesta Santa Maria Capua Vetere

 

 

SANTA MARIA CAPUA VETERE – Anche ieri le lavoratrici e i lavoratori impegnati nell’appalto di pulizie e facchinaggio nei vari uffici del Tribunale civile e penale di Santa Maria Capua Vetere sono state in protesta per evitare un pesante taglio dell’orario di lavoro, -50% dell’attuale orario di lavoro. “Eppure parliamo di rapporti di lavoro già ridottissimi (15 ore settimanali)” affermano dal sindacato Cgil Filmcams. Il sit in di protesta delle lavoratrici della ditta Ge. Ma. Service Srl parte dunque da un presupposto, quello che vede le lavoratrici che si sono viste tagliate del 55% il loro’ stipendio’, già di appena 500 euro, con la riduzione del numero di ore che da 4 si riduce ad una per 5 giorni a settimana. Il nuovo orario andrà in vigore già da oggi ma non è chiaro se le lavoratrici e quindi la ditta in questione dovranno garantire lo stesso lavoro. Sì perché appare difficile che con tale taglio orario si riesca a garantire la stessa qualità e quantità di lavoro svolto fino ad ieri. “I lavoratori e le lavoratrici delle pulizie sono di nuovo in protesta, martedì primo aprile l’azienda Piemonte srl prenderà possesso dell’appalto, dopo 2 mesi di proteste, il taglio del 50% del salario che l’azienda vuole operare su tutti i lavoratori dovrebbe essere immediato. Per questo abbiamo richiesto un ulteriore incontro alla presidente del tribunale Casella per scongiurare il taglio del salario, che ad oggi essendo tutti noi lavoratori part-time involontari, da anni portano a casa un salario di 500 euro al mese, quindi siamo tutti sotto la soglia di povertà” afferma una delle lavoratrici che ieri mattina ha preso parte alla protesta. Poi ha ggiunto: “Il governo centrale e le convenzioni Consip portano a risparmiare, eliminando servizi essenziali importanti addirittura riducendo le pulizie non più giornaliere portandole a giorni alterni. Si dovrebbero vergognare, bandire gare al massimo ribasso in più permettendo anche il sub appalto, e questi sono i risultati di scelte scellerate”. Un settore, quello delle pulizie di strutture e impianti pubblici che diventa sempre più difficile da sostenere. Lo stesso problema infatti si è verificato presso lo stadio del nuoto di Caserta. Stessi problemi, stessa protesta fino alla paventata soluzione dell’inconveniente.

 

 

Le Pen, 10 mila nuovi iscritti Corte: sentenza in estate ’26

Parigi. Il Rassemblement national ha annunciato 10 mila nuove iscrizioni al partito dalla condanna a quattro anni di carcere, con cinque di ineleggibilità immediata, contro Marine Le Pen. Una petizione online “contro la dittatura dei giudici” aperta dal presidente Rn, Jordan Bardella, ha raccolto 300 mila firme. Sempre Bardella ha anche lanciato un appello alla “mobilitazione popolare” e un primo raduno è annunciato per domenica, a Parigi, a cui sono invitati anche gli alleati europei.

“Il sistema ha sganciato la bomba nucleare”, ha detto Marine Le Pen in una riunione del Rn, vomitando rabbia sui giudici “tiranni”, che l’hanno condannata col solo scopo, a suo avviso, di impedirle di candidarsi all’Eliseo nel 2027: “Ma non lasceremo che ai francesi vengano rubate le Presidenziali”. La patronne dell’estrema destra userà “ogni via legislativa” per contrastare la sentenza del tribunale. Si è pure paragonata ad Aleksej Navalny, il dissidente russo morto in prigione, e a Ekrem Immoglu, l’oppositore di Erdogan arrestato a Istanbul: “Come possiamo continuare a dare lezioni di democrazia?”. Bardella ha a sua volta paragonato Parigi a Bucarest, dove il candidato di estrema destra Georgescu è stato escluso dalle presidenziali. La rabbia di Marine Le Pen nasconde la frenesia di un partito che non ha un’alternativa per il 2027. Non c’è nessun piano B, né l’intenzione di nominare un successore: la candidata “naturale” del Rn all’Eliseo resta lei. Le possibilità di presentarsi sono scarse, data la gravità della sentenza. Ma se il processo d’appello si chiudesse nell’estate 2026, come nelle intenzioni che la Corte ha comunicato ieri, e la sentenza fosse più clemente, i tempi, per quanto stretti, glielo permetterebbero. Allora Le Pen sta inviando i suoi fedeli negli studi di tutte le tv e nelle strade di Hénin-Beaumont, il feudo di Rn al nord: è tempo di mobilitarsi. Quasi un inizio surreale di campagna. “Metteremo il sistema in ginocchio”, ha detto uno dei suoi collaboratori. Intanto frange violente inviano minacce alla magistrata che ha letto la sentenza, Bénédicte de Perthuis, esperta di casi finanziari, ora con una pattuglia di polizia davanti casa.
La strategia di puntare l’attenzione sull’ineleggibilità serve alla Le Pen anche a sorvolare sulla gravità della sentenza per appropriazione indebita di fondi pubblici: una frode ai danni dell’Ue durata più di dieci anni e per più di 4 milioni di euro iniziata da suo padre Jean-Marie. Ineleggibilità che, però, ha “turbato” anche il premier François Bayrou, al punto da voler lanciare una “riflessione” in Parlamento per far evolvere la legge.

 

 

 

Confisca ai mafiosi: in Europa è gradita, in Italia è osteggiata

Sono passati circa 43 anni da quando venne approvata il 13 settembre 1982 la proposta di legge (Rognoni-La Torre), che introdusse, fra l’altro, la confisca di prevenzione (preceduta dal sequestro) per la criminalità organizzata di tipo mafioso. Una confisca che – mirando a rimuovere i beni di origine illecita dalla circolazione economica, con o senza una precedente condanna penale – rappresentò una rivoluzione copernicana. Quell’idea si nutrì del contributo del Consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici, assassinato con un’autobomba il 29 luglio 1983, che l’aveva suggerita e condivisa con Pio La Torre, il quale con tenacia l’aveva portata avanti, tant’è che i mafiosi decisero di ucciderlo il 30 aprile 1982. Questa misura ha fattivamente contribuito all’erosione delle enormi ricchezze accumulate dalla criminalità organizzata e ha rappresentato una spina dolorosa nel fianco dei corleonesi, che hanno mirato a farla eliminare con le stragi del biennio 1993-1993, pretendendo, fra l’altro, la sua abolizione in cambio della cessazione dello stragismo.

Quel modello normativo nel corso degli anni è stato esteso anche a forme diverse di criminalità rispetto a quella mafiosa. Sebbene l’originaria normativa abbia subito modifiche significative, la misura ha trovato un crescente consenso internazionale. Di recente, il sistema italiano della confisca di prevenzione è stato assunto come ‘modello’ dal legislatore europeo nell’ambito dell’Unione e il 13 febbraio 2025 è intervenuta un’importante sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo che ha riconosciuto la piena legittimità della confisca con la normativa europea, rigettando i molteplici ricorsi avanzati, stabilendo che può essere applicata nei confronti di beni di presunta origine illecita con la finalità di impedire l’arricchimento ingiusto. I giudici di Strasburgo hanno sottolineato l’importanza di due requisiti che ne condizionano l’applicabilità elaborati dalla giurisprudenza italiana: uno è quello della c.d. correlazione temporale, secondo cui la misura può essere applicata solo nei confronti di beni acquisiti dall’individuo durante il periodo in cui avrebbe presumibilmente commesso reati comportanti profitti illeciti; l’altro è quello elaborato dalla Corte costituzionale, in forza del quale la misura è giustificata solo nella misura in cui i reati presumibilmente commessi dall’individuo in questione siano fonte di profitti illeciti, per un importo ragionevolmente congruo con il valore dei beni da confiscare. Una decisione che rappresenta dunque un arresto rassicurante circa la conformità di tale modello di non-conviction based confiscation rispetto ai canoni garantistici e che produce un effetto deterrente legato al messaggio che la confisca è in grado di lanciare, e cioè che il crimine non paga.

Si è così venuta a creare una situazione paradossale: all’estero la confisca di prevenzione viene mutuata, mentre nel nostro paese si assiste a una continua campagna di demonizzazione dell’istituto, che vede in prima linea media politicamente orientati, l’Unione delle Camere penali ed esponenti delle università, tutti portatori di una diversa sensibilità rispetto alla pericolosità del patrimonio illecitamente accumulato. Eppure, la criminalità mafiosa conserva la sua pericolosità, si sono affermati gruppi criminali stranieri di straordinaria pericolosità (cinesi, albanesi e nigeriani), la corruzione e la criminalità economica si diffondono in modo continuo.
Se l’attacco all’istituto in sede europea è stato per ora respinto, si rimane in attesa della decisione di un altro delicato caso portato all’attenzione di Strasburgo: quello oggetto del ricorso “Cavallotti c. Italia”, in cui dovrà essere affrontato – tra gli altri – il delicato tema dell’ammissibilità di esiti divergenti tra processo penale e di prevenzione, potendo il secondo concludersi con l’applicazione della misura anche a fronte di un’assoluzione nel merito in sede penale.

 

L’Italia chiede l’Iva a Meta, X e LinkedIn. Per Trump l’imposta è “peggio dei dazi” e merita ritorsioni

Le contestazioni delle Entrate a pochi giorni dal “Liberation Day” del 2 aprile quando scatteranno le tariffe reciproche di Washington nei confronti dei partner commerciali

La guerra dei dazi di Donald Trump contro i partner commerciali, rei secondo il presidente di danneggiare le imprese statunitensi con barriere agli scambi che a suo dire comprendono l‘Imposta sul valore aggiunto, torna a incrociarsi con le richieste del fisco italiano a Big Tech. La settimana scorsa, a pochi giorni dal “Liberation Day” del 2 aprile quando scatteranno le tariffe reciproche nei confronti dei Paesi Ue e non solo, l’Agenzia delle Entrate ha infatti notificato a Meta e X – nei cui confronti le contestazioni erano già note – e anche a LinkedIn avvisi di accertamento rispettivamente per 88712,5 e 140 milioni di euro di Iva non pagata per gli anni che vanno dal 2015-16 al 2021-22. Il passo avanti nella vicenda, rivelato da Reuters, è arrivato dopo che i tre gruppi non hanno aderito al contraddittorio preventivo.

 

Secondo le Entrate e la procura di Milano, che procede sul fronte penale, le tre piattaforme avrebbero dovuto versare l’imposta sui servizi digitali offerti agli utenti perché, pur in mancanza di un pagamento, le loro prestazioni vengono di fatto remunerate attraverso la cessione da parte di chi naviga online dei propri dati personali. E sono dunque imponibili in quanto “operazioni permutative” (l’equivalente di un baratto) ai sensi del Dpr del 1972 che disciplina l’Iva. Una tesi che, se confermata, avrà conseguenze dirompenti per il modello di business di tutte le multinazionali Usa che offrono servizi “gratuiti” in cambio della profilazione a fini di marketing. L’Iva infatti è un’imposta comunitaria e fin dall’avvio dell’indagine su Meta, nel 2023, l’amministrazione tributaria italiana ha investito della questione anche il comitato Iva della Commissione europea per una valutazione tecnica.

Nel caso le aziende finite nel mirino dell’accertamento non aderiscano e non presentino una proposta di mediazione, come sembra probabile visto che contestano in nuce l’interpretazione delle Entrate, si andrà a giudizio. E in ballo ci sarà l’obbligo per i colossi tech di applicare l’Iva in tutti i 27 Paesi membri. L’alternativa, ha sottolineato Reuters, sarebbe una rinuncia alla richiesta da parte del fisco italiano per ragioni tecniche o politiche. Leggi: la volontà di non inasprire le tensioni con Washington proprio mentre la Casa Bianca pare determinata a rispondere colpo su colpo all’applicazione da parte di Paesi terzi di qualsiasi imposta sulle attività dei gruppi Usa. Il presidente le considera “estorsioni” e ha detto di volerne tener conto nello stabilire il livello dei dazi reciproci che verranno imposti sulle importazioni all’interno dei confini statunitensi. L’Iva gli risulta particolarmente indigesta: nonostante l’evidenza economica secondo cui l’imposta sul consumo non fornisce alcun vantaggio competitivo alle imprese degli Stati che la adottano, sostiene che è un sussidio all’export, l’equivalente di una tariffa ma “molto più punitiva“.

Non secondario, peraltro, il fatto che tra le aziende che sfruttano i dati dei consumatori per personalizzare gli annunci ci siano il social di Mark Zuckerberg, che dopo le elezioni si è riposizionato convertendosi al trumpismo, ed Elon Musk, braccio destro di Trump. Pochi giorni fa l’uomo più ricco del mondo, fondatore tra il resto di Tesla, Starlink e Space X, ha annunciato l’acquisizione di X da parte di xAI, la sua startup per l‘intelligenza artificiale. Che già oggi, salvo espressa scelta contraria dell’utente, sfrutta le informazioni dei 600 milioni di iscritti all’ex Twitter per addestrare e ottimizzare il chatbot Grok e potrà usarle per mettere a punto ulteriori software e strumenti con potenziale di monetizzazione commerciale. Attività che a loro volta, nell’interpretazione delle Entrate, sarebbero soggette a Iva.