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giovedì 3 aprile 2025

I dazi di Trump, l’emergenza femminicidi

editorialista
di   Elena Tebano

 

Buongiorno.

 

 

Sono più alti e vasti di quanto quasi tutti si aspettassero i dazi annunciati ieri dal presidente americano Donald Trump: 34% sulle importazioni dalla Cina e 20% su quelle dall’Unione europea. Addirittura 46% per il Vietnam; 32% per Taiwan; 24% per il Giappone; 26% per l’India; 25% per la Corea del Sud. E ancora: 36% per la Thailandia; 31% per la Svizzera; 49% per la Cambogia e 10% per il Regno Unito. Tutti i Paesi dovranno pagare dazi di almeno il 10%. Trump aveva già imposto dazi del 25% su molti prodotti di Canada e Messico, i due maggiori partner commerciali degli Stati Uniti. Le tasse doganali di base del 10% entreranno in vigore da sabato, la restante parte dal 9 aprile (per imporre le tariffe Trump ha dichiarato un’emergenza economica nazionale).

 

 

«Miei concittadini americani, questo è il giorno della Liberazione. Il 2 aprile 2025 verrà ricordato come il giorno in cui abbiamo ricominciato a rendere di nuovo l’America benestante», ha proclamato un roboante Trump nel Giardino delle Rose della Casa Bianca. «Avvoltoi stranieri hanno fatto a pezzi il nostro — un tempo bellissimo — Sogno americano».

Trump ha anche detto che gli Stati Uniti sono stati saccheggiati, depredati e violentati dalle altre nazioni e che i suoi dazi riporteranno centinaia di miliardi di nuove entrate al governo degli Stati Uniti e posti di lavoro nelle fabbriche americane. «I contribuenti sono stati derubati per più di 50 anni. Ma non succederà più» ha dichiarato.

 

 

Gli economisti pensano invece che i nuovi limiti imposti da Trump al commercio mondiale indeboliranno l’economia mondiale che si è appena ripresa dall’impennata dell’inflazione post-pandemia, ed è già appesantita dai conflitti geopolitici. Il loro primo effetto sarà un aumento dei prezzi che invece Trump aveva promesso di abbassare.

L’annuncio di ieri è un’escalation della guerra commerciale avviata dopo il suo insediamento per il secondo mandato a gennaio. I dazi di Trump ostacolano l’accesso alla più grande economia di consumo del mondo e invertono decenni di liberalizzazione del commercio che hanno plasmato l’ordine globale. Le borse americane ed europee erano chiuse, ma i futures S&P 500 sono scesi dell’1,6%, suggerendo che gli investitori si aspettano perdite profonde quando Wall Street aprirà giovedì. I futures Nasdaq, che riflettono le quotazioni di società tecnologiche come Apple, Nvidia e Microsoft, sono scesi del 2,3%.

 

Le reazioni in Europa

 

Le reazioni dei partner commerciali europei ieri sono state misurate: la Ue aveva già annunciato che avrebbe preso tempo prima di rispondere. Martedì a Strasburgo, davanti agli eurodeputati, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva spiegato che «l’Europa non ha iniziato questo confronto. Non vogliamo necessariamente reagire, ma abbiamo un piano forte per reagire se necessario». Ieri notte ha annunciato una conferenza per le 5 di stamani da Samarcanda (prevista dopo la chiusura di questa newsletter, trovate gli aggiornamenti sul sito).

Ma la Ue lavora da tempo a una contro-risposta. Spiega Federico Fubini che Von der Leyen:
Vuole evitare di alimentare lo scontro, ma punta ad affrontarlo con durezza se inevitabile. Lo strumento è un pacchetto di dazi contro i servizi digitali americani — abbonamenti a piattaforme o pagamenti a social media — per il quale servono almeno due mesi prima del varo. È una pistola sul tavolo del negoziato. Questo tempo, si spera a Bruxelles, andrà usato per disinnescare una guerra commerciale; magari anche perché intanto l’economia americana si piega sotto il peso dei rincari per i dazi, quindi Wall Street e il mondo industriale mettono Trump sotto pressione.
Quest’approccio implica dei rischi. Il primo è che il tycoon continui sulla sua strada. Il secondo è che i dazi europei contro gli Stati Uniti alimentino nuova inflazione in Europa.

 

 

Scrive ancora Fubini che le richieste fatte alla Ue dall’amministrazione Trump per evitare i dazi erano semplicemente impossibili:
Quando il commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic è andato a Washington una settimana fa, i suoi interlocutori gli hanno presentato due richieste: l’amministrazione, secondo più persone addentro ai colloqui, vuole ridiscutere le tasse e le regole sul Big Tech dell’Unione europea. Irricevibile, per Šefcovic.
Abile diplomatico slovacco, distante dalla linea sovranista del suo governo, il commissario semplicemente non può accettare. I suoi interlocutori americani volevano rinegoziare l’imposta sul valore aggiunto (Iva) in Europa, che in parte finanzia il bilancio di Bruxelles; ma quella è una tassa in vigore per gli italiani, i francesi o i tedeschi — non solo per gli americani — e non un dazio discriminatorio sul resto del mondo. Per cambiarla servirebbe un’irrealistica unanimità dei governi. Quanto alle regole sulle imprese digitali, anche quelle si basano su leggi europee complicate da emendare (sempre che ce ne sia la volontà fra i governi).

Le reazioni in Italia

«L’introduzione da parte degli Usa di dazi verso l’Unione Europea è una misura che considero sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti». La premier italiana Giorgia Meloni ha affidato a Facebook la sua prima critica diretta a Trump. «Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali. In ogni caso, come sempre, agiremo nell’interesse dell’Italia e della sua economia, anche confrontandoci con gli altri partner europei», ha scritto. Affermazioni simili a quelle del ministro degli Esteri Antonio Tajani. Qualche ora prima il leader della Lega Matteo Salvini aveva invece definito i dazi «un’opportunità per le nostre aziende», nonostante tutto il mondo imprenditoriale italiano sia unanime nel temerli.

 

 

Netto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha definito i dazi trumpiani un «errore profondo», e ha chiesto «una risposta compatta, serena, determinata» da parte dell’Unione europea. Come spiega Marzio Breda, Mattarella spera che si possa recuperare un proficuo rapporto di collaborazione con gli Stati Uniti, ma pensa che questo non possa avvenire avviando trattative a livello dei singoli Stati, perché dissociarsi dalla Ue equivarrebbe a mettersi fuori. Una tentazione che il governo italiano ha avuto (come mostrano le dichiarazioni di Salvini), visto il rapporto speciale con Trump vantato da Meloni. Ma che ieri la premier sembra aver sconfessato.

Spiega Massimo Franco:
Palazzo Chigi comincia a rendersi conto che non sarà facile l’equidistanza tra Ue e Stati Uniti, dopo l’annuncio di Donald Trump di imporre dazi sui prodotti europei. La premier Giorgia Meloni ne ha fatto cenno durante una cerimonia sulla cucina italiana, «non escludendo se necessario di dovere anche immaginare risposte adeguate a difendere le nostre posizioni». Parole caute, guardinghe, di chi rimane convinta che occorra scongiurare «in tutti i modi possibili una guerra commerciale». Ma i margini lasciati dagli Usa sono minimali.
E la maggioranza, tendenzialmente in sintonia politica con Trump, è costretta a prenderne atto. Anche se la Lega continua a sottolineare le distanze, più che la collaborazione con le istituzioni europee; e a martellare contro la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen. L’inquietudine delle industrie del Nord, tuttavia, spaventate da contraccolpi economici devastanti, potrebbe costringere lo stesso partito di Matteo Salvini a prendere in considerazione una linea meno subalterna a Trump.
Soprattutto, a rinunciare a affermazioni azzardate tipo: i dazi possono essere «un’opportunità». Si vedrà fino a che punto arriverà questa presa d’atto, perché nei prossimi giorni arriverà in Italia il vicepresidente Usa J. D. Vance, che ha definito gli europei «parassiti». I contorni della sua agenda sono ancora nebulosi, ma i colloqui col governo rischiano di rivelarsi oggettivamente spinosi: al di là della volontà dichiarata di tenere aperto il dialogo, perfino con l’ambizione illusoria di far valere un «rapporto speciale» tra Roma e Washington

L’omicidio di Ilaria SulaPortata lontano come Giulia Cecchettin, chiusa in una valigia come Pamela Mastropietro, abbandonata tra i rifiuti come Michelle Causo, sostituita nell’uso del cellulare come Francesca Deidda, strappata all’università come Sara Campanella… 

È drammaticamente simile a quello di troppe altre ragazze e donne il femminicidio di Ilaria Sula, 22 anni, studentessa ternana dell’Università Sapienza di Roma, come nota qui sopra Fulvio Fiano. Il suo ex, Mark Antony Samson, 23 ha confessato di averla uccisa a coltellate in casa, di aver infilato il suo corpo in una grossa valigia, e di averlo gettato in un dirupo. Ilaria risultava scomparsa da sabato. Grazie alle indicazioni di Samson, il suo corpo è stato ritrovato in una zona usata come discarica abusiva nei Monti Prenestini, vicino a Roma. Il giovane ha cercato di depistare le indagini inviando messaggi alla famiglia e alle amiche della vittima usando il suo cellulare. Poi, dopo aver gettato l’arma del delitto, ha buttato via anche il telefono.

«Sabato (il 29 marzo, ndr) siamo andati a fare la denuncia di scomparsa. Poi, domenica, abbiamo incontrato in questura il ragazzo di mia figlia, non sapevamo che si erano lasciati. Ci ha detto che gli dispiaceva tanto, che era preoccupato per la scomparsa. Sembrava tranquillo, mi ha dato anche un abbraccio» ha raccontatoil padre di Ilaria, Flamur Sula.

Samson ha raccontato di aver ucciso la ragazza mentre i suoi genitori erano in casa. La polizia sta cercando di capire se lo abbiano aiutato a nascondere il corpo di Ilaria: per il «solo» favoreggiamento, in quanto genitori, non sono perseguibili, ma lo sarebbero per l’occultamento di cadavere.

Samson e Ilaria Sula avevano avuto una storia durata circa un anno, ma poi si erano lasciati. Secondo le prime ricostruzioni Samson non riusciva ad accettarlo. Ancora una volta un uomo ha ucciso una donna perché incapace di gestire un rifiuto.

L’intervista alla madre di Sara Campanella

È la stessa cosa che è successa a Sara Campanella, 22 anni, sgozzata e uccisa per strada, a Messina, da un compagno di università, Stefano Argentino, che voleva a tutti i costi una relazione con lei, che invece la ragazza aveva sempre rifiutato. I magistrati gli contestano le aggravanti della crudeltà, dei motivi abietti e futili e della premeditazione. «Le modalità della sua condotta — Sara è stata accoltellata più volte — palesano la volontà di infliggere alla vittima sofferenze aggiuntive rispetto al normale processo di causazione della morte», ha sostenuto il giudice per le indagini preliminari. «L’ha attesa al termine delle lezioni e dopo un breve colloquio l’ha brutalmente aggredita con lo stesso coltello che si era portato dietro». Secondo il suo  avvocato (che ha annunciato di voler rinunciare al mandato), Argentino era convinto che Sara lo “ricambiasse”.

«Nessuno di noi sapeva della sua esistenza, nessuno l’aveva sentito nominare. E certo non sono mai stati insieme» dice invece Cetty Zaccaria, la madre di Saraintervistata da Lara Sirignano. «Se avessimo avuto il minimo sentore che qualcosa non andava, l’avremmo accompagnata noi a fare denuncia. È nella nostra mentalità. Non avremmo esitato un istante. Io sono convinta che rivolgersi alle forze dell’ordine sia la strada giusta e invito tutte le vittime a denunciare. L’ho detto: “Fatelo: è importante, non restate in silenzio”» aggiunge. «Sara voleva solo vivere e laurearsi e io sono convinta che abbia sottovalutato la pericolosità di Argentino».

In Italia muore in media una donna o una ragazza ogni tre giorni per l’incapacità degli uomini di gestire il rifiuto. Uomini che invece di confrontarsi con i propri limiti decidono di eliminare coloro che vedono come la fonte delle loro frustrazioni. Il governo ha introdotto l’aggravante di femminicidio ma ha dirottato i già magri fondi previsti nella legge di bilancio per l’educazione all’affettività e alla sessualità (solo 500 mila euro per tutte le scuole superiori) per formare gli insegnanti sulla prevenzione dell’infertilità. Eppure l’educazione è fondamentale per la prevenzione.

Scrive Amelia Esposito:
Dobbiamo dirlo e dircelo chiaramente: nessuna norma, nessuno strumento riesce a fermare la determinazione di chi, mosso dall’odio, ha deciso di uccidere. Dobbiamo avere l’onestà di ammettere che non c’è codice rosso che tenga davanti alla furia di un femminicida. Sono Sara e Ilaria a dircelo. Sara, Ilaria e tutte le altre donne massacrate.
Quello che serve è una vera e propria rivoluzione culturale. Occorre educare davvero i bambini, gli adolescenti, i giovani alla non violenza e al rispetto dell’altro da sé. È un’urgenza. Non possiamo più aspettare. Occorre partire dalle scuole — perché è evidente che ciò che fanno le famiglie da sole non basta e, anzi, in certi casi l’origine della violenza è proprio fra le mura domestiche — e subito: introducendo l’educazione all’affettività sin dalle primarie. Se non dalle scuole dell’infanzia, secondo alcuni. Senza strumentalizzazioni di parte. Senza politicizzare un tema che è quanto di più trasversale ci sia. La violenza non ha colore, la violenza non ha bandiera. Così dovrebbe essere la battaglia per sradicarla dalla nostra società. 

Le altre notizie importanti

  • La guerra in Ucraina non accenna a fermarsi. Kiev e Mosca si accusano a vicenda di violare accordi presi sull’interruzione degli attacchi ai siti energetici e sulle rotte del Mar Nero.

  • La maggioranza si è spaccata a Strasburgo, mentre le opposizioni hanno votato in ordine sparso. L’Europarlamento ha approvato (con 399 voti a favore, 198 contrari e 71 astenuti) l’attuazione della politica di sicurezza e difesa della Ue. Tra i vari punti il documento ribadisce il pieno sostegno all’Ucraina e rilancia il piano di riarmo europeo. Il Pd (spiazzando chi si aspettava plateali spaccature) e FI hanno votato a favore. M5S Avs hanno invece deciso per il no così come la Lega. Mentre Fratelli d’Italia, il partito della premier, ha scelto una clamorosa astensione.

  • Donald Trump avrebbe detto ad alcuni stretti alleati e membri dell’amministrazione che Elon Musk

    lascerà il suo ruolo di «impiegato governativo speciale» nelle prossime settimane. Intanto in Wisconsin la candidata democratica alla Corte suprema dello Stato, la giudice Susan Crawford, ha battuto l’ex procuratore generale repubblicano dello Stato Brad Schimelcon il 55% dei voti contro il 45% nonostante Musk abbia platealmente speso milioni cercando di far eleggere Schimel.

  • Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato in un videomessaggio registrato — è a Budapest dall’alleato Viktor Orbán — che l’esercito sta creando una nuova fascia di sicurezza verso Khan Younis, dove fino al 2005 sorgeva la colonia israeliana di Morag. E il ministro della Difesa Israel Katz ha detto di voler prendere «parti sempre più ampie del territorio». Le truppe sono già tornate nell’area di Netzarim che divide la Striscia in due e non se sono mai andate dal corridoio Filadelfia al confine con l’Egitto. Israele ha rotto il cessate il fuoco con Hamas riprendendo i raid su Gaza, a cui si oppongono i familiari degli ostaggi (59 di cui 24 sarebbero ancora in vita). E da oltre un mese ha bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia.

  • Lunedì pomeriggio Matteo Salvini, accompagnato da Roberto Calderoli, ha fatto visita a Umberto Bossi nella sua casa di Gemonio. Una visita per superare le distanze degli ultimi mesi e parlare al fondatore del Carroccio del progetto di modifica dello statuto al congresso di sabato e domenica a Firenze. Cesare Zapperi spiega che Salvini vorrebbe affidare al generale Roberto Vannacci una vicesegreteria, affiancandolo ai tre già in carica: il lombardo Andrea Crippa, il veneto Alberto Stefani e il laziale Claudio Durigon.

  • Maxi retata, a Milano, contro le gang della metropolitana. Sono 50 i giovani arrestati, e fra questi, tutti italiani di seconda generazione, anche 18 minorenni. A loro, che picchiavano e che facevano rapine e furti, la Mobile è arrivata tenendo d’occhio l’unica centrale di ricettazione usata. L’accusa è associazione a delinquere.

  • La pm di Reggio Emilia Valentina Salvi ha chiesto pesanti condanne per le presunte irregolarità nel sistema degli affidi a Bibbiano: 15 anni per l’ex responsabile dei Servizi sociali Federica Anghinolfi,11 anni e 6 mesi per l’assistente sociale Francesco Monopoli, 8 anni e 3 mesi per la psicoterapeuta della Hansel&Gretel, Nadia Bolognini. In precedenza però l’impianto dell’accusa non ha retto per altri imputati: sono stati assolti in procedimenti separati lo psicoterapeuta di Hansel&Gretel Claudio Foti e l’ex sindaco Andrea Carletti, dopo l’abolizione del reato di abuso di ufficio. La sentenza potrebbe arrivare a fine maggio.

  • Nanni Moretti è stato ricoverato d’urgenza al San Camillo di Roma per un infarto. Il regista e attore, 71 anni, si è sentito male nel pomeriggio e, arrivato in ospedale, è stato subito operato. È in terapia intensiva.

  • È morto Val Kilmer. L’attore americano aveva 65 anni, ed è stato stroncato da una polmonite.

  • È finito1-1 il derby Milan-Inter 

    per la semifinale di andata di Coppa Italia (qui le pagelle).

Da ascoltareNel podcast «Giorno per giorno», Rinaldo Frignani parla del ritrovamento del corpo di Ilaria Sula, la 22enne scomparsa il 25 marzo: l’ex fidanzato ha confessato di averla uccisa. Mara Gergolet racconta il caso dei quattro ragazzi (due irlandesi, un polacco, un americano) espulsi dalla Germania per le loro proteste anti-israeliane. Matteo Persivale parla della pena di morte chiesta della procuratrice generale Usa per Luigi Mangione, il presunto assassino del ceo di un’assicurazione sanitaria a Manhattan, nel dicembre 2024.Il Caffè di Massimo GramelliniCiao ciao ElonTra Trump e Musk è già tutto finito. Chi l’avrebbe detto, eh? Che durassero comunque tre mesi. Considerata la stabilità dei rispettivi caratteri, è possibile che ci ripensino e rimangano insieme alla Casa Bianca, oppure che la affittino a Putin per le vacanze, o ancora che si facciano ibernare in Groenlandia dopo averla invasa a cavallo di una Tesla mascherata da iceberg. Ma per il momento vogliamo credere alle indiscrezioni che danno per conclusa l’avventura politica di Musk nei panni improbabili di consigliere di Trump e domatore di statali, mentre sarebbe stato meglio viceversa. Nell’imbullonarsi alla poltrona, la burocrazia americana non avrà la costanza di quella europea, ma è perfettamente in grado di tenere testa a un uomo d’azione che si annoia in fretta. Quanto a Trump, fa già fatica ad andare d’accordo col suo ciuffo arancione davanti allo specchio, figuriamoci se poteva sopportare di essere oscurato da un tizio che gira con un cappello a forma di formaggio e ha trasformato lo Studio Ovale in un asilo-nido, riempiendoglielo di piccoli Elon che si chiamano come algoritmi.
Da quando Musk aveva liberato l’estremista che è in lui, i titoli delle sue aziende erano precipitati. Strano che uno così sensibile alle teorie complottiste non sapesse che i potenti veri non salgono mai sul palcoscenico della politica; si limitano a mettere o togliere la corrente del denaro che muove il sole e le altre stelle. Ora tornerà dietro le quinte, sempre che Trump non abbia già venduto anche quelle. 
Grazie per aver letto Prima Ora, e buon giovedì(Le mail della Redazione Digital: gmercuri@rcs.itlangelini@rcs.itetebano@rcs.itatrocino@rcs.it)

 

 

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mercoledì 2 aprile 2025
Usa vs Europa, il maoismo di Trump, Mangione e la pena di morte, Fornero e il lavoro, la Cinebussola
Rassegna 02 apr 2025
editorialista
di   Gianluca Mercuri

Bentrovati

Sguardo truce Tra i primi effetti dell’autoproclamazione di Donald Trump a Mr Tariff c’è l’atteggiamento più ostile con cui americani ed europei si guardano. Lo dimostrano i dati di un sondaggio dell’Economist (ma anche quelli sul turismo negli States) di cui ci parla Luca.

Trump come Mao La sua rivoluzione culturale ricorda alle élite cinesi quella del fondatore della Repubblica popolare: conoscendone gli effetti, ne pregustano l’effetto boomerang sull’America. Non solo: gli Usa continuano a sottovalutare il boom tecnologico cinese. È l’analisi convergente di due fuoriclasse del giornalismo mondiale.

Mangione e la pena di morte Il presidente Usa ha cancellato la moratoria posta da Joe Biden sulla pena capitale a livello federale e ha chiesto di aumentare il numero di condanne a morte. I procuratori hanno subito eseguito, chiedendola per Luigi Mangione, accusato per l’uccisione di Brian Thompson, manager di una compagnia di assicurazione. Alessandro analizza le ragioni che potrebbero portare la giuria, però, a dire no alla condanna a morte.

Frammenti I dati Istat certificano un nuovo aumento degli occupati. Ma di chi è il merito? Ferruccio de Bortoli spiega perché il governo dovrebbe ringraziare Elsa Fornero e la sua legge sulle pensioni del 2012, che Matteo Salvini ha promesso più volte di cancellare.

La Cinebussola Paolo Baldini ci parla di Sons, il dramma carcerario di Gustav Möller. Ne esce, scrive, un bel film e «il ritratto di un’umanità dolente, incapace di comunicare, in cerca di speranza».

Buona lettura.

 

(gmercuri@rcs.itlangelini@rcs.itetebano@rcs.itatrocino@rcs.it; nella foto Afp, auto elettriche destinate all’export nel porto cinese di Hangzhou, oggi)

 

Un grafico, una storia
Il primo effetto dei dazi? Meno feeling fra americani ed europei (e meno turisti)
editorialista
Luca Angelini

 

I dazi, ha scritto Ferruccio de Bortoli nel suo editoriale di oggi,
«sono anche un veleno a lento rilascio di sfiducia nelle relazioni commerciali tra privati. (…) Incomprensioni e sospetti si allargano a macchia d’olio a tante altre attività non commerciali. Ai rapporti tra comunità scientifiche e culturali, per esempio. Il dilagare della sfiducia reciproca è la cifra distintiva di questa stagione geopolitica così gravida di angosce e interrogativi». Una conferma che la sfiducia reciproca ha avuto un’impennata tra le due sponde dell’Atlantico – pur con nette divaricazioni in base all’orientamento politico degli interpellati – arriva dai sondaggi appena condotti dall’Economist, con YouGov, su cosa statunitensi ed europei pensino gli uni degli altri.

 

 

Un paio di grafici valgono più di molte parole. Il primo è questo:

 

Percentuale di elettori Usa che ritengono Canada e Ue non amichevoli o nemici

 

Come si vede, l’ostilità degli elettori repubblicani verso l’Unione europea ha avuto un’impennata con la campagna elettorale e la successiva rielezione di Donald Trump (dal 17 al 29%) mentre tra i democratici è rimasta molto più bassa e sostanzialmente stabile (quanto al Canada, c’era già stato un incremento, sempre fra i repubblicani, nel 2018, ai tempi della revisione dell’accordo Nafta, poi diventato Usmca, ed è cresciuto negli anni del governo molto progressista di Trudeau, per poi salire ancora negli ultimi mesi).

 

 

Anche fra gli europei, però, la benevolenza verso gli americani è precipitata. Con l’eccezione degli elettori di estrema destra (danesi esclusi, per ragioni non difficili da comprendere: Groenlandia, remember?).

 

Elettori europei ben disposti verso gli Usa, tra votanti di estrema destra e di altri partiti

 

 

I casi più eclatanti di divaricazione in base all’orientamento politico sono, come si vede, quelli di Italia e Germania. Da noi favorevoli e non verso gli Usa, a differenza che in Gran Bretagna e Spagna, si equivalevano sostanzialmente nell’agosto scorso, a campagna elettorale usa ancora in corso e con Joe Biden presidente, mentre con il ritorno di Trump e i suoi primi mesi alla Casa Bianca, la divaricazione è diventata netta. In Germania c’è stata addirittura una decisa inversione. Del resto, un atlantista e reaganiano confesso come il cancelliere in pectore  Friedrich Merz è stato il primo a proclamare che il clima fra le due sponde dell’Atlantico è irrimediabilmente cambiato e bisogna correre ai ripari (il governo italiano resta invece, come noto, molto più «dialogante»).

 

 

Vedremo quanto tutto questo inciderà sui negoziati e le contromisure dopo i dazi annunciati da Donald Trump nel suo Liberation Day. Per il momento c’è da prendere atto di un altro piccolo segnale. «L’effetto Trump provoca un calo nelle prenotazioni di viaggio per gli Stati Uniti: i viaggiatori temono espulsioni alle frontiere e pesa il danno d’immagine di un presidente che con le sue politiche sta destabilizzando altre nazioni», scrive l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) nella sua newsletter quotidiana (ma se ne era già occupato anche Leonard Berberi sul Corriere). «Anche prima del cambio di amministrazione a gennaio, il settore turistico degli Stati Uniti stava lottando per riprendersi dagli effetti della pandemia, principalmente a causa della forza del dollaro, che rende più costoso per gli stranieri visitare il Paese, e dei lunghi tempi di attesa per i visti. Ma, secondo gli esperti del settore, ora le aspettative di rilancio potrebbero essersi allontanate. La società di ricerca Tourism Economics aveva inizialmente previsto che nel 2025 i viaggi negli Usa sarebbero cresciuti del 8,8%, ma a febbraio ha aggiornato le sue proiezioni, prevedendo un calo del 5,1% rispetto allo scorso anno, con una conseguente diminuzione degli introiti. Il calo è particolarmente sensibile per i viaggiatori provenienti da Canada e Messico – due Paesi confinanti con cui Trump ha adottato una retorica molto aggressiva, che nel 2024 avevano rappresentato circa la metà di tutti i viaggi internazionali verso gli Stati Uniti. Mercoledì 26 marzo Oag, un fornitore di dati sul traffico aereo globale, ha annunciato che le prenotazioni aeree dal Canada agli Usa sono scese del 70% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno».

 

 

La cartina di tornasole per capire se sia un effetto temporaneo o no potrebbero essere la Coppa del Mondo di calcio del 2026, che si terrà negli stadi di Stati Uniti, Canada e Messico. «Attualmente, secondo il New York Times, i visitatori provenienti da alcuni paesi come Brasile, Turchia e Colombia, aspettano fino a 700 giorni per ottenere i visti – segnala l’Ispi -. Anche il Comitato Olimpico Internazionale ha sollevato interrogativi sui Giochi Olimpici del 2028 a Los Angeles, a cui i funzionari statunitensi hanno risposto garantendo che “l’America sarà aperta”. Quanto agli effetti che tutto ciò avrà sull’immagine e il soft power statunitense nel lungo periodo, è difficile dirlo. Impossibile non notare però una punta di compiacimento nei toni con cui il Global Times, cassa di risonanza del Partito comunista cinese, descrive il fenomeno: “Mentre il turismo globale si riprende gradualmente, gli Stati Uniti sembrano aver innalzato un gigantesco cartello ‘No Entry’. Per i turisti, viaggiare negli Usa è naturalmente passato in secondo piano rispetto a destinazioni alternative più accoglienti, sicure e convenienti. L’alienazione dei visitatori internazionali si ribalta con tagliente ironia contro il mito dell’apertura degli Stati Uniti”».

 

Rassegna geoeconomica
Perché il maoismo di Trump piace ai cinesi
editorialista
Gianluca Mercuri

 

«Nel mondo di oggi, gli Stati Uniti sono una potenza rivoluzionaria – più precisamente, reazionaria – mentre la Cina, presumibilmente comunista, è una potenza dello status quo. Da questo punto di vista, l’Ue ha molto in comune con la Cina».
(Martin Wolf)

 

 

«Il messaggio di Pechino all’America: non abbiamo paura di voi. Voi non siete chi pensate di essere e noi non siamo chi pensate che siamo».
(Thomas Friedman)

 

 

Capita che nel giro di pochi giorni due grandi giornalisti facciano un resoconto del loro ultimo viaggio in Cina. Quello che non capita tutti i giorni è la coincidenza delle analisi. In questo senso: negli Stati Uniti c’è troppo autocompiacimento, troppa fede nell’inscalfibilità del proprio primato tecnologico, troppa pigrizia intellettuale nel guardare alla Cina con gli schemi di sempre. Loro, i cinesi, osservano tutto e prendono nota. Sono vent’anni che preparano il sorpasso, molte curve le hanno sottovalutate anche loro, qualche sbandata l’hanno presa. Il sistema autocratico fa a volte da turbo e a volte da freno. Ma per la prima volta vedono che la macchina della superpotenza rivale non ha specchietti retrovisori. Non sta vedendo quanto si stanno avvicinando. Per questo le testimonianze di due fuoriclasse del giornalismo internazionale sono preziose.

 

Trump come Mao

 

Quello che sta facendo il presidente americano, racconta Wolf, ricorda a molti cinesi la Rivoluzione culturale iniziata quasi 60 anni fa. «Mao Zedong usò il suo prestigio di leader insurrezionale per muovere guerra alle élite burocratiche e culturali cinesi. Anche Trump sta usando il suo potere come leader eletto di un movimento insurrezionale per rovesciare le élite burocratiche e culturali degli Stati Uniti». Il ricordo degli effetti della Rivoluzione culturale – in sintesi: qualche milione di morti – è ancora indigesto alle élite cinesi, ben consce che il boom degli ultimi decenni si deve al riformismo di Deng Xiaoping (non a caso epurato da Mao) molto più che al dogmatismo del fondatore della Repubblica popolare. Ma il paradosso è che l’estremismo trumpiano mette d’accordo (nel rigetto istintivo) l’apparato cinese e la diaspora fuggita dal Paese dopo la rivolta di Tienanmen (il potere non era una carezza neanche sotto Deng), che avverte il tradimento dei valori occidentali da parte americana. La differenza è che l’apparato può godere dei vantaggi del voltafaccia Usa: «Ormai è chiaro a tutti che la firma di Trump non ha alcun valore. Un uomo che sta cercando di demolire l’economia canadese non sarà un amico affidabile per nessun altro».

 

 

Siccome sono spiazzati tutti gli alleati dell’America, che all’improvviso sentono di muoversi su un filo senza rete sotto, la Cina si prepara a incassare i dividendi di questa follia: rafforzerà senza sforzi il suo dominio in Asia. E anche l’Europa, fin qui giustamente sospettosa degli intenti coloniali della «Nuova Via della Seta», si riavvicinerà inevitabilmente a Pechino (i tedeschi non vedono l’ora, ma anche noi non scherziamo). Il che non vuol dire che gli screzi commerciali – facili data l’inondazione dell’export cinese – non ci saranno, ma  saranno affrontati probabilmente in un’ottica negoziale più seria di quella trumpiana, che punta solo a stravincere.

Deepseek è solo l’inizio

Lo choc del chatbot della società cinese, che a gennaio ha superato ChatGPT come app gratuita più scaricata sull’App Store statunitense, ha rivelato i risultati che la tecnologia cinese può raggiungere a costi straordinariamente più bassi. Insieme al dominio nel settore dell’energia pulita, fa pensare a Xi Jinping che dei tre obiettivi che gli stanno a cuore – stabilità del regime, progresso tecnologico e crescita economica – il secondo sia il più promettente anche nel fare da garante e propulsore degli altri due. Thomas Friedman l’ha toccato con mano visitando il campus di Huawei a Shanghai: «Non avevo mai visto nulla di simile. Costruito in poco più di tre anni, è composto da 104 edifici progettati singolarmente, con prati curati, collegati da una monorotaia simile a quella di Disney, che ospitano laboratori per un massimo di 35 mila scienziati, ingegneri e altri lavoratori, con 100 bar, centri fitness e altri vantaggi progettati per attirare i migliori tecnici cinesi e stranieri».

 

 

Questo luna park della scienza è la risposta al tentativo di Trump, durante il suo primo mandato, di schiacciare Huawei in quanto avanguardia dell’espansione di Pechino. Nel 2019, il presidente vietò le forniture di tecnologia Usa al gigante cinese, compresi i semiconduttori, per motivi di sicurezza nazionale. Huawei ne ha certamente sofferto, ma ha reagito sia con l’aiuto del governo, sia con le sue capacità innovative: per esempio quelle espresse da Mate 60, uno smartphone dotato di semiconduttori avanzati, che l’anno scorso ha sfondato nonostante le sanzioni americane. E poi presentando il primo smartphone pieghevole al mondo e il suo sistema operativo mobile, Hongmeng (Armonia), che sfida quelli di Apple e Google.

Non solo. Huawei si è messa ad applicare l’AI a tutto, «dai veicoli elettrici alle auto a guida autonoma, fino alle attrezzature minerarie autonome che possono sostituire i minatori umani». Solo l’anno scorso ha installato 100 mila stazioni di ricarica (veloce) in tutta la Cina per i suoi veicoli elettrici. In America, a novembre ce n’erano 214, in 12 Stati.

 

Due modi diversi di liberarsi

 

Oggi, in quello che ha chiamato il «Giorno della Liberazione», Trump colpirà il mondo con i dazi, culmine di una strategia che comprende «lo sminuire le istituzioni scientifiche nazionali e la forza lavoro che stimola l’innovazione degli Stati Uniti», nota Friedman, che pure non fu contrario alla prima stagione dei dazi sotto Donald. La strategia di liberazione della Cina, invece, «consiste nell’aprire più campus di ricerca e nel raddoppiare l’innovazione guidata dall’AI per essere definitivamente liberata dalle tariffe di Trump».

L’errore di fondo americano è continuare a pensare che la Cina sappia solo copiare, imbrogliare e imporre trasferimenti di tecnologia alle imprese straniere. Certo che lo ha fatto. Ma c’è molto, molto, molto di più.

 

  • La Cina produce ogni anno circa 3,5 milioni di laureati Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), un numero pari a quello dei laureati in tutte le discipline negli Stati Uniti.

  • La Cina ha 39 università con programmi di formazione di ingegneri e ricercatori per l’industria delle terre rare. Nelle università americane ed europee ci sono solo corsi occasionali.

Osserva il giornalista: «Sebbene molti ingegneri cinesi non si laureino con competenze di livello MIT (il Massachusetts Institute of Technology ), i migliori sono di livello mondiale e sono molti. Ci sono 1,4 miliardi di persone. Ciò significa che in Cina, quando sei un talento su un milione, ci sono altre 1.400 persone come te».

E poi, «altrettanto importante è il fatto che le scuole professionali cinesi diplomano ogni anno decine di migliaia di elettricisti, saldatori, falegnami, meccanici e idraulici, per cui quando qualcuno ha un’idea per un nuovo prodotto e vuole aprire una fabbrica, la può costruire molto velocemente».

Ma quale decoupling

 

 

Nelle analisi di Wolf e Friedman manca del tutto la parola che leggevamo ossessivamente negli anni del primo Trump: il disaccoppiamento,  la separazione definitiva tra le economie delle due superpotenze, la pretesa di rendersi indipendenti l’una dall’altra sul piano tecnologico e perfino su quello degli sbocchi di mercato. Si è rivelata un’illusione, un abbaglio globale, e ora si torna a parlare di interdipendenza. Infatti i cinesi la guerra dei dazi se la risparmierebbero volentieri.

 

 

Friedman arriva a proporre addirittura un rovesciamento del paradigma trentennale: dal Made in China fatto da lavoratori cinesi con tecnologia, capitali e partner americani, europei, coreani e giapponesi, al «Made in America fatto da lavoratori americani in collaborazione con la tecnologia, il capitale e gli esperti cinesi». Qualche europeo lo sta già facendo e si offre ai cinesi: «Se volete entrare in Europa, fate una joint venture con me e portate la vostra tecnologia».

È un approccio illuminista, che si fonda sulla convenienza reciproca ma richiede un minimo di buona fede, o di clausole di sicurezza. Suona comunque meglio dell’infinita guerra dei dazi.

 

Rassegna americana
Mangione, Trump e la pena di morte

editorialista

Alessandro Trocino

Nello Stato di New York non si eseguono condanne a morte dal 1976, eppure Luigi Mangione, 26 anni, accusato di aver ucciso il 4 ottobre scorso il Ceo della compagnia di assicurazione UnitedHealthcare, Brian Thompson, rischia ugualmente la condanna alla pena capitale. Un paradosso che spiega la procuratrice generale, Pam Bondi, quando dice di aver «ordinato ai procuratori federali di chiedere la pena di morte». Perché, a suo parere, si tratta di un reato federale (l’accusa è omicidio con aggravante di terrorismo) e non statale: «È un delitto che ha scioccato l’America». Bondi ha anche spiegato che la sua mossa si inquadra nella volontà di «portare avanti il programma del presidente Trump per fermare la criminalità violenta e rendere di nuovo sicura l’America».

Il quadro è chiaro. Trump non fa la faccia cattiva solo con gli immigrati e con i dazi. La fa anche sulla giustizia. I numeri chiariscono meglio la questione della pena capitale, ammessa solo in 21 Stati ma consentita a livello federale: 13 delle 16 persone uccise dagli Stati Uniti da quando è stata reintrodotta la pena di morte a livello federale sono state giustiziate durante gli ultimi sette mesi del primo mandato di Trump. Le altre tre esecuzioni sono avvenute nel 2001 e nel 2003, durante il primo mandato del presidente George W. BushJoe Biden, dopo aver decretato una moratoria, ha commutato le condanne a morte di 37 su 40 persone condannate a morte. Trump ora fa il contrario: ha cancellato la moratoria e ha chiesto che sia applicata sempre la massima pena, dove sia prevista la possibilità. A maggior ragione per Mangione, che ha ucciso un uomo e padre di famiglia ma ha anche colpito il simbolo di assicurazioni che milioni di americani detestano.

Se ha un pregio Trump è la chiarezza. Porta avanti un programma che favorisce i ricchi e le grandi compagnie finanziarie, tecnologiche e assicurative. Queste ultime, negli ultimi dieci anni, hanno visto i profitti in costante aumento, con i premi che salgono e le richieste di risarcimento di base che continuano a essere negate. Anche così si spiega la reazione sconcertante di solidarietà per un assassino che ha attraversato l’America. Paese dove non esiste un’assistenza sanitaria universale e dove 85 milioni di persone non riescono ad assicurarsi e quindi non possono permettersi cure mediche. Si calcola che 60 mila persone all’anno muoiano ogni anno proprio perché non riescono ad andare dal medico in tempo.

Il leader di sinistra e senatore del Vermont Bernie Sanders ha definito «ripugnante» e «immorale» l’omicidio, ma ha spiegato così la reazione della gente: «L’esplosione di rabbia nei confronti delle compagnie assicurative è il riflesso di ciò che la gente prova nei confronti dell’attuale sistema sanitario. È distrutto. È crudele. La nostra aspettativa di vita è inferiore a quella di quasi tutti gli altri Paesi ricchi, ma se sei della working class vivrai da cinque a dieci anni in meno rispetto alle persone ricche».

Per la difesa di Mangione sono stati raccolti sulla piattaforma GiveSendG, in una campagna organizzata da un gruppo denominato December 4th Legal Committee, ben 775 mila dollari. All’ultima udienza, Mangione, che nega di aver commesso l’omicidio, ha indossato calzini a rombi, che gli sono stati regalati: dentro, era nascosto un bigliettino con dei cuori. Diceva che «migliaia di americani sono con te» e citava il sostegno di una comunità su Reddit.

La richiesta di pena di morte federale per Mangione rischia di essere un boomerang, per molti motivi. Perché potrebbe trasformarlo in un martire. Perché fa risaltare il doppio standard, per il quale molti pluriomicidi sono stati condannati all’ergastolo e non alla morte. Perché mette in luce ancora una volta le falle della giustizia americana e il picco di arbitrarietà che ha raggiunto con Trump. Molti fanno notare, ironicamente ma non troppo, che se Mangione fosse stato un candidato repubblicano o avesse donato una ingente somma di denaro a Trump o Musk, ora non rischierebbe la morte.

Ma il vero punto debole della richiesta di condanna è che difficilmente sarà concessa dalla giuria popolare di Manhattan. Ci sono già esempi in senso contrario. Nel 2017 un islamista di nome Sayfullo Saipov uccise otto persone investendole intenzionalmente, in un attacco terroristico. La giuria non raggiunse l’unanimità necessaria per la sentenza di morte e lo condannò a 10 ergastoli.

Difficilmente una giuria di Manhattan – anche se scelta con persone che sono a favore della pena di morte – si metterà d’accordo per chiedere un’esecuzione capitale. Per ragioni serie ma anche non commendevoli: perché, scrivono diversi siti americani, Mangione «è fotogenico», ha solo 26 anni, non ha precedenti, è bianco, proviene da una buona famiglia e diventerebbe un eroe anche più di quello che è già. Joseph Richardson, professore di studi afroamericani, antropologia medica ed epidemiologia nell’Università del Maryland, spiega che tutto quello che è stato scritto su Mangione dipende anche da queste caratteristiche citate: «Sappiamo perfettamente che se Mangione fosse stato un giovane nero, la narrazione sarebbe stata diversa».

Frammenti
Occupazione, il governo ringrazi la Fornero
editorialista
Ferruccio de Bortoli

 

Gli ultimi dati Istat sull’occupazione confermano un primato di cui il governo può andare giustamente orgoglioso. A febbraio risultavano occupati 24 milioni e 332 mila persone. Siamo lontani dai tassi di attività di altri Paesi e dalla media europea ma dopotutto, vista la congiuntura, non ci si può lamentare. Come ha sottolineato il presidente dell’Istituto di statistica, Francesco Maria Chelli, se la popolazione invecchia (età media 46,8 anni) invecchia inevitabilmente anche la parte attiva.

 

 

I giovani sono sempre percentualmente di meno. E quei pochi in larga parte se ne vanno. Se confrontiamo gli scostamenti dell’occupazione, da un anno con l’altro, ci accorgiamo che il maggiore contributo alla crescita viene soprattutto dalla classe degli over 50. La nuova occupazione ha i capelli grigi o forse non ne ha più. Il saldo attivo di 576 mila occupati è dovuto in larghissima parte (542 mila) all’aumento dei lavoratori più anziani. Gli occupati con più di 65 anni erano l’anno scorso 782 mila unità. Nel 2020 molti di meno: 664 mila. Nel 2005 appena 340 mila. Gli over 65 al lavoro sono raddoppiati in vent’anni.

 

 

Al di là della dinamica puramente demografica, possiamo dire che se la legge Fornero sulle pensioni del 2012 fosse stata cancellata, come autorevolmente promesso in più occasioni da Matteo Salvini, il governo di centrodestra non potrebbe contare su risultati così lusinghieri. La realtà dei numeri è questa. Forse sarebbe onesto ammetterlo. Come peraltro venne ammesso l’errore sugli esodati nella riforma del governo Monti. Tutto ciò segnala alla politica un cambiamento di non poco conto.

 

 

Il flusso in uscita dal mercato del lavoro è rallentato. La gente se può, anche grazie alla diffusione dello smart working, continua a lavorare. Il desiderio di andare in pensione anticipata è frustrato dalle forti penalizzazioni. Se poi il limite d’età si sposta avanti di tre mesi per l’invecchiamento della popolazione non è poi un dramma.

 

La Cinebussola
Delitto, castigo, vendetta, perdono: temi eterni in un thriller carcerario
editorialista
Paolo Baldini

Con Sons, Gustav Möller approda al dramma carcerario dopo il brillante thriller psicologico The Guilty. La mater dolorosa Eva (Sisde Babett Knudsen) fa la guardia in un penitenziario tedesco di massima sicurezza: è il volto umano che, nel rigore delle regole, conforta i detenuti. Vive tra gli infelici per dimenticare il malessere interiore che le deriva dalla morte del figlio ventenne durante una rissa con un gruppo di teppisti. È una madre alternativa che allunga una sigaretta, aggiunge un cucchiaio di minestra, insegna ai ragazzi la matematica e come si prepara il caffè. Il piccolo mondo alternativo di Eva, che nasce dai sensi di colpa verso il figliolo che non c’è più, conosce un’altra tempesta quando nel carcere arriva Mikkel (Sebastian Bull), colui che uccise il suo ragazzo picchiandolo a morte.

 

La soave carceriera si trasforma in un’aguzzina vendicatrice. Si fa trasferire nel braccio dove Mikkel è detenuto, il più pericoloso. E comincia a perseguitarlo: gli sputa nel piatto, gli nega i permessi, mette a rischio sé stessa per fare in modo che risulti più pericoloso di quanto già non sia, subisca punizioni e finisca in isolamento. 

 

La reazione c’è: tanto che si arriva a una sorta di scontro finale con risvolti che non vanno rivelati, anche se a Möller interessa più l’indagine nella psiche di un essere umano di fronte alla propria coscienza e all’enormità del dolore che deve sopportare.

 

La sceneggiatura, scritta dal regista con Emil Nygaard Albertsen, è un congegno a orologeria. I dialoghi sono essenziali, ma puntuti. Möller lancia un j’accuse contro il sistema giudiziario e richiama il bisogno collettivo di umanità e perdono. Non cerca di compensare a tutti i costi gli ambienti grigi e depressivi. Sceglie la strada del thriller per catturare l’attenzione dello spettatore, con tanto di chiusura a sorpresa. Ma non abusa di colpi di scena.

 

Eva e Mikkel sono i punti estremi, opposti di un odio che da deriva individuale rischia di diventare contraccolpo sociale. Eva è una donna fragile, con mille dubbi, anche quando il destino la trasforma in una vendicatrice. Mikkel, che sconta un’infanzia difficile in una famiglia ricca ma disfunzionale, è un delinquente senza redenzione: ride del dolore altrui, lo usa per manipolare. Esce il ritratto di un’umanità dolente, incapace di comunicare, in cerca di speranza.

SONS di Gustav Möller
(Danimarca-Svezia, 2024, durata 100’, Movies Inspired)

con Dar Salim, Sisde Babett Knudsen
Giudizio: 3 ½ su 5
Nelle sale

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