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venerdì 4 aprile 2025
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L’università dell’antimafia, i dazi della mente, una guida alle adozioni single, il senso della vita, Facebook e il populismo, quando Bill Gates vide il futuro, l’Eden di Ron Howard, la playlist |
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di Gianluca Mercuri
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Bentrovati. Studio, sociologia, single, social, sopravvivenza, solidarietà, software, senso, sospiri: le tante S di una Rassegna finesettimanale quanto mai sinuosa. E dunque:
L’antimafia in accademia C’era un tempo in cui l’Italia era un gigantesco laboratorio di mafia, ma nessuno la studiava davvero: anche in questo, l’università era la classica torre d’avorio, contestata perché inadeguata. Finché, a Milano, un gruppo di pionieri – studiosi e studenti – diede vita al primo corso di Sociologia della criminalità organizzata. Ne nacque un progetto capace di andare ben oltre l’accademia e di coinvolgere centinaia di giovani, partendo spesso dalle loro dirette conoscenze del territorio. Un approccio senza precedenti, ma fondato su un metodo tanto rigoroso da anticipare perfino le attività investigative nel mettere in luce gli insediamenti criminali che il Nord si rifiutava di vedere. Non a caso, nelle motivazioni dell’Ambrogino d’Oro dato a Nando dalla Chiesa nel 2013, si legge che l’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università di Milano da lui fondato è «la maggiore scuola accademica in materia di criminalità organizzata in Italia». Il sociologo ha raccontato questa avventura intellettuale e umana in un libro appena uscito, Storia di una rivoluzione accademica (Milano University Press). Una lettura coinvolgente e istruttiva nel senso più ampio del termine, che conferma Dalla Chiesa come una delle figure civili e intellettuali più alte espresse da questo Paese negli ultimi decenni. Siamo ben contenti di pubblicare ampi stralci del libro.
Barriere mentali Le Borse di tutto il mondo stanno dicendo, in un modo che più drastico non si potrebbe, quali sono i prevedibili danni economici dei dazi di Trump. Ma, secondo un autorevole commentatore del New York Times, i danni culturali potrebbero essere ancora più gravi. Ce ne parla Luca. Che integra le riflessioni americane con quelle, davvero stimolanti, di un filosofo anglo-ghanese.
Le adozioni per i single La lista dei Paesi da cui possono adottare le persone single dopo la recente sentenza della Corte costituzionale è sorprendentemente lunga. Ma chi vuole diventare genitore adottivo deve avere aspettative realistiche e sapere che la situazione dei bimbi adottabili è (sempre più) complessa. Elena ne ha parlato con la responsabile adozioni dell’ente che per primo in Italia ha seguito le adozioni internazionali.
Il senso della vita Nel 1932 il filosofo Will Durant scrisse a 100 pensatori chiedendo quale fosse il senso della vita. Era la domanda che gli aveva fatto un aspirante suicida, e Durant non era sicuro di come convincerlo a non scegliere la morte. Quasi un secolo dopo, James Bailey ha deciso di porre la stessa domanda a 100 suoi contemporanei. Valeria Palumbo ragiona per noi sulle loro risposte, e come sempre ci porta su vette molto, molto alte.
Facebook e il populismo Nella quarta puntata della sua serie Cosa è andato storto? Riccardo Luna racconta come, dal massacro dei rohingya in Myanmar alla «guerra algoritmica cognitiva», il nuovo algoritmo del social di Mark Zuckerberg (che doveva incoraggiare «le interazioni sociali più significative») è invece diventato un pericolo per la democrazia. Una guida preziosa alle insidie della Rete, scritta dal massimo esperto italiano.
Bill il visionario «Nel futuro vedo un computer su ogni scrivania e uno in ogni casa»: detto nel 1975 da un tecno-hippie di 20 anni, a molti parve un vaneggiamento. Ma quel ragazzo si chiamava Bill Gates: cinquanta anni dopo, Federico Cella racconta l’avvincente storia di Microsoft, «che è un po’ anche la nostra».
L’Eden di Ron Howard Paolo Baldini spiega come il filmone dell’ex Happy Days, con Jude Law, si trasformi a poco a poco «da survival thriller a horror esistenziale». E perché (forse) vi piacerà.
La playlist della settimana Stavolta Alessandro si concentra sulle novità di casa nostra, con tre uscite italiane: il sorprendente Giorgio Poi, la promettente Anna Carol e il solito, solido, Niccolò Fabi. Siamo così alla Rassegna musicale numero 46, che mette insieme 147 brani e oltre 9 ore di musica: trovate tutto qui.
Buona lettura, buon ascolto e buon weekend!
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Rassegna culturale |
Fare antimafia studiando la mafia. E rifare dell’università il cuore vivo della società |
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Pubblichiamo alcuni brani del libro Storia di una rivoluzione accademica – Gli studi sulla criminalità organizzata a Scienze Politiche, Università degli Studi di Milano (Milano University Press, 219 pagine, 12 euro)
Un colpo d’occhio
Chi passi da via Festa del Perdono, nel centro di Milano, rimarrà ammirato dalle architetture della Università degli Studi, che ne costeggia per intero il lato nord. Dall’esterno vedrà una bellissima impronta rinascimentale, giardini, corridoi, aule e angoli costantemente pieni di studenti raccolti a parlare, a discutere, a ripetere le lezioni, a progettare insieme il proprio futuro. Se c’è un luogo a Milano dove non si soffre la solitudine, questa è l’università di Festa del Perdono. Non per nulla, quando il bisogno di sentimenti collettivi, sospinti da una domanda generazionale di cambiamento, sfociò nel cosiddetto Sessantotto, ossia in una nuova epopea culturale, l’Università degli Studi di Milano diventò il teatro ideale di tali sentimenti. Ne fu, anzi, il massimo teatro italiano, anche grazie a un contesto sociale che fornì a quella contestazione importanti affluenti sociali, specie dai mondi della fabbrica, della salute, dell’informazione.
A poca distanza di tempo e di spazio, intorno all’Università, che sarebbe stata sempre chiamata “la Statale”, si diedero però convegno anche personaggi che avevano altre speranze e progetti. Non erano di Milano. Differivano dalle migliaia e migliaia di studenti venuti, allora, in università dalle regioni del Sud, spesso figli di contadini e con il desiderio di essere i primi laureati nella storia della propria famiglia. Questi personaggi non si vedevano; amavano discutere e operare, loro sì, in solitudine. Erano gli uomini di Cosa Nostra, la massima organizzazione mafiosa del tempo, che arrivavano dalla Sicilia con le loro borse zeppe di narcodollari. Venivano in studi professionali, uno particolarmente famoso, proprio sotto l’Istituto di Storia. Tra le vicine via Pantano, via Chiaravalle, via Larga e via Sant’Antonio, stava dunque nascendo a Milano un mondo che si proponeva una società opposta a quella sognata dagli studenti. Non se ne accorgeva nessuno. Quel mondo andò silenziosamente e progressivamente alla conquista di pezzi di economia, fondò addirittura nuove importanti dinastie imprenditoriali, praticamente indisturbato. Iniziò a essere contrastato solo tra gli anni Ottanta e Novanta, non però da quell’università, che di fronte a quanto succedeva sembrava un prezioso, immenso, ma inutile deposito di sapere e di relazioni civili. E tale sarebbe rimasto per molto tempo.
Oggi quell’università ha acquisito una leadership mondiale nella formazione sul fenomeno mafioso, anche grazie al ruolo trainante della Facoltà di Scienze Politiche, che ne è nata come costola nella vicina via Conservatorio. Nove insegnamenti sul fenomeno mafioso, sei laboratori specializzati, l’unico dottorato di ricerca italiano (uno dei pochissimi europei) sulla materia, due corsi di perfezionamento post-laurea ad alta specializzazione internazionale, attività di sensibilizzazione culturale e civile senza fine, pure presso atenei esteri, perfino iniziative artistiche; e poi siti specialistici di origine studentesca, numerose associazioni di studenti, in un processo di irrorazione continua di amministrazioni locali e professioni, scuole e stampa, volontariato e sindacati. Come è potuto succedere? Come è stata possibile questa specie di rivoluzione? Questo libro, documentato, talora appassionato e – almeno nelle intenzioni – di facile lettura, nella sua estrema sinteticità vi aiuterà a capirlo.
Dove e quando tutto ebbe inizio
Scienze Politiche, appunto. La nuova facoltà dell’Università degli Studi di Milano nasce nel 1971 come evoluzione del precedente, omonimo corso di laurea, già attivo presso la Facoltà di Giurisprudenza. Nasce sulla spinta della nuova, crescente domanda di studi politici, che l’onda della contestazione studentesca porta con sé, e della diffusa richiesta di una università che non sia più, per usare il linguaggio dell’epoca, una “torre d’avorio”. Scienze Politiche si caratterizza, perciò, sin dall’inizio come la facoltà del cambiamento sociale, e non per nulla diventa subito punto di riferimento per molti lavoratori-studenti, nonché sede di sperimentazione diffusa della conquista sindacale delle “150 ore”. Per questo, viene anche vista con diffidenza negli ambienti più conservatori dell’accademia e del ministero, in particolare per il ruolo protagonista che vi assumono, in pochi anni, le discipline sociologiche.
Il progetto viene perciò molto contrastato. L’idea iniziale è di trasferire alla nascente facoltà un triumvirato di professori ordinari, tra cui il sociologo Angelo Pagani, uno dei massimi fondatori della sociologia italiana, molto amato dal movimento studentesco. L’idea del triumvirato viene bloccata, però, dal Ministero, che non gradisce affatto l’attribuzione di una delle tre cattedre a un sociologo sensibile al vento della contestazione. Il veto impedisce la formazione del Consiglio di Facoltà, che richiede almeno tre membri professori ordinari. Le amarezze e le fatiche di questa innovazione procurano al professore “eretico” un infarto fatale a 52 anni. E siccome tutto, alla fine, acquista involontariamente un sapore simbolico, ha qualche significato che, in quegli stessi anni, il professor Pagani dia il via a questo nostro percorso proprio assegnando presso l’Università Bocconi, l’altro ateneo in cui insegna, la prima tesi di laurea sulla mafia a un suo giovanissimo allievo. La nuova facoltà completa il suo travagliato processo di istituzione nel 1975, quando avviene il suo trasferimento nell’attuale sede di via Conservatorio. Qui si concretizza finalmente il progetto di fornire a migliaia di studenti una formazione multidisciplinare, grazie alla maggiore autonomia ordinamentale rispetto alla facoltà di Giurisprudenza. Qui inizia una avventura di cui non si è forse mai spento lo spirito, che vede entrare progressivamente nelle aule giovani docenti e ricercatori, innamorati di nuovi studi e di nuovi approcci alla ricerca, destinati nel tempo a esercitare una notevole influenza sullo sviluppo di molte discipline e di specifiche nuove branche (dai diritti umani a quelli di genere), oltre che a ricoprire numerosissimi incarichi istituzionali, dal parlamento ai consigli comunali.
Qui è lo “spirito originario” del ruolo, poi avuto dalla facoltà negli anni Duemila, nella promozione e nella diffusione degli studi sulla criminalità organizzata a livello nazionale e internazionale. Anzi, per praticare il nostro amatissimo metodo narrativo del “c’era una volta”, non vi era probabilmente punto di partenza migliore di questo. (…)
I primi sviluppi dopo la nascita del Corso di Sociologia della Criminalità Organizzata. A proposito di metodo e di modelli
Ora che sappiamo dove si è arrivati, facciamo un passo indietro e recuperiamo brevemente la dimensione narrativa. Dunque, fino al 2009 letteralmente non esisteva negli studi accademici italiani un corso istituzionalmente dedicato al tema della criminalità organizzata, benché quest’ultimo avesse investito frontalmente e drammaticamente la vita civile, politica e istituzionale del Paese. Esisteva un seminario permanente su “Mafia e Antimafia”, meritoriamente istituito nel 2006 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, per iniziativa della professoressa Stefania Pellegrini. E gli effetti di una tale mancanza generale erano ben visibili. Spiccava una diffusa impreparazione della classe dirigente italiana ad affrontare il tema, persino − spesso − in quella sua componente direttamente preposta a contrastare il fenomeno mafioso, anche da ruoli di rilievo. Mosso dalla consapevolezza degli enormi ritardi della cultura accademica e civile nazionale, e dall’obiettivo di iniziare a fornire sistematicamente sensibilità e capacità di analisi a segmenti locali della classe dirigente del Paese, nacque dunque il Corso di Sociologia della Criminalità Organizzata.
Venne alla luce simbolicamente nella Facoltà di Scienze Politiche, incardinato presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche, quasi a sottolineare che la questione non poteva essere unicamente delegata, come ancora si pensava allora, ai giuristi, che fra l’altro avevano secolarmente dimostrato di non appassionarsene troppo. E nemmeno alle università del Sud, che pure avevano registrato fiammate di partecipazione tra gli anni Ottanta e Novanta. Nacque nella facoltà “giovane”, nelle cui aule, non per nulla, negli anni del maxiprocesso di Palermo si erano tenute affollate iniziative pubbliche sull’argomento. Nel Nord, la cui opinione pubblica ancora si interrogava perplessa e diffidente circa la effettiva presenza del fenomeno mafioso nelle regioni settentrionali.
Il pomeriggio del 7 gennaio del 2009, in una giornata silenziosa e imbiancata da una tormenta di neve che aveva quasi bloccato i trasporti in città, il corso partì: davanti a 25 studenti (quanti i celebri “lettori” del Manzoni…), selezionati dalle circostanze e dal loro interesse personale. A questi si aggiunsero, via via fino al termine, per effetto del classico tam-tam interno, decine e decine di studenti (il corso finì con una novantina di frequentanti circa). Da quell’esito felice l’esperienza trasse spinta a rafforzarsi e ad allargarsi verso nuove offerte didattiche, fra l’altro, verificando subito il legame che lo studio stabiliva spontaneamente con l’impegno e la partecipazione civile. Di fronte a una domanda così ampia e vivace, vi fu dunque motivo di riflettere criticamente su come fosse stato possibile fino allora ignorarla. Che relazione c’era tra l’università e la società, tra l’università e i sentimenti e gli interessi delle nuove generazioni? Era ancora “torre d’avorio” dopo quasi mezzo secolo? Fu questo interrogativo l’origine di tante scelte successive. A partire dall’esigenza di dare al corso una veste più “istituzionale”, inserendolo in percorsi che lo prevedessero strutturalmente, facendolo cioè uscire dalla stanza degli “ulteriori insegnamenti a scelta”.
Il suo svolgimento era costituito da tre moduli così ripartiti: il primo dedicato alla storia sociale delle grandi organizzazioni criminali in Italia, il secondo all’economia e all’impresa mafiose e il terzo alle organizzazioni criminali straniere in Italia. Fu il principio di un’innovazione che, come si vedrà, avrebbe prodotto qualche effetto d’onda anche a livello internazionale. I suoi contenuti non erano ancora presenti nei libri di testo, di fatto inidonei ad affrontare le esigenze didattiche appena tracciate, ma si formavano attraverso le lezioni, volte a rivedere quasi ex novo pezzi interi della storia e della società italiane, a partire dalle vicende successive all’unità d’Italia.
(…) Il corso si è nel tempo prefissato di descrivere e spiegare un insieme di problemi e di questioni (e di relazioni). Sin dall’inizio ha, cioè, programmaticamente rifiutato entrambi gli approcci più attrattivi per i giovani: quello della storia giudiziaria (i processi, le condanne) e quello della denuncia politica (le complicità dei partiti). Entrambi utilissimi, ma insufficienti alla costruzione di un necessario spirito critico, che fosse capace anche di misurarsi ogni volta con “lo spirito del tempo”. Esso ha insomma cercato di elevare e dare il respiro più generale possibile al proprio impianto teorico, così da rendersi utile anche per spiegare alcune importanti dinamiche nazionali, i grandi drammi istituzionali e le stesse forme di resistenza della società civile.
(…) Un caso davvero esemplare sotto questo profilo fu nel 2012 una tesi di laurea sulle forme della presenza mafiosa nel comune di Seregno, uno dei più importanti della Brianza. Ignorando d’istinto lo schema metodologico secondo il quale la ricerca su questi temi deve necessariamente appoggiarsi alle carte giudiziarie, il laureando propose una rappresentazione socio-criminale della sua città di residenza, fondata sulla propria “osservazione partecipante” e, attraverso i fatti narrati e interpretati, anticipò di anni le risultanze delle inchieste giudiziarie avviate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano. Né è stato l’unico caso, a dimostrazione che, a volte, quel che le pubbliche autorità non vedono viene visto invece da giovani responsabilmente partecipi dei propri contesti di vita. E a dimostrazione di un assunto di fondo del progetto didattico di cui qui parliamo: ossia che, spesso, gli studenti, oltre a essere fruitori di scienza, sono anche − essi stessi − artefici di scienza. Si capisce, dunque, come le quasi cinquecento tesi di laurea accumulate in tredici anni abbiano avuto una utilità indubbia anche sul fronte del dibattito euristico. E come l’idea dell’università quale torre d’avorio sia stata smentita spontaneamente sul campo dagli studenti più partecipi e appassionati.
L’università è anche itinerante: la Nave della Legalità, “Vi spiego io Falcone e Borsellino”, maggio 2019
L’Osservatorio CROSS
L’Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano (CROSS) viene fondato nel 2013 con l’obiettivo di coordinare le iniziative di docenti e ricercatori, promuovere la ricerca e l’insegnamento sui temi della legalità e del contrasto alla criminalità organizzata. (…)
“CROSS” per indicare incrocio, passaggio, intersettorialità, interdisciplinarità. Tendenza a esporsi, ad attraversare cose sconosciute. E ancora: desiderio di esplorazione intellettuale, tendenziale rifiuto degli schemi fissi, spirito giovanile. L’elemento caratterizzante del Centro è in effetti la volontà di valorizzare talenti e spirito di giovani studiosi e studiose, di cui esso è giunto a impegnarne, con contratti di varia natura, fino a una ventina in un anno. A ciò si aggiunge il sostegno dato a singoli percorsi (studenteschi e non) extra-accademici, promuovendone o favorendone la confluenza in eventi e percorsi didattici esterni. Il che si è costituito come attributo originale dell’Osservatorio, facendone il promotore, non solo cittadino, di un allargamento e di una continua riarticolazione della comunità scientifica “antimafia”.
(…) È proprio dentro questa fertilità permanente, nell’atmosfera di autoproduzione di progetti sempre nuovi, che si afferma nella comunità scientifica di CROSS un fondamentale principio metodologico di cui non si è ancora parlato e che ha avuto la propria culla nella poesia. È il famoso verso del poeta spagnolo Antonio Machado, ossia la risposta ricevuta dal viandante che chiede quale sia la via per lui più adatta per arrivare alla meta: «Caminante, no hay camino, se hace camino al andar». «Viandante, la strada non c’è, la strada si fa camminando». Perfetta rappresentazione di una insolita esperienza collettiva. Una sperimentazione continua, che vorrebbe essere coraggiosa ma responsabile, come di chi davvero cerca la strada più giusta per raggiungere la meta desiderata. (…)
Esportare antimafia nel mondo
Proprio da CROSS, nella seconda metà degli anni Dieci, è partita la tesi – ormai diffusa anche a livello istituzionale – che l’Italia, dopo avere esportato mafia per circa un secolo e mezzo, sia diventata esportatrice anche di antimafia. Probabilmente la maggiore esportatrice al mondo, come riconosciuto da tanti osservatori ed esperti. Sul piano giudiziario, investigativo, legislativo e anche culturale. Ebbene, CROSS ha cercato, per quanto le era possibile, di rendersi attore e interprete di questa nuova tendenza, disseminando il suo percorso di presenze significative in alcuni paesi altamente simbolici dei problemi che l’Osservatorio intende affrontare. In particolar modo in due paesi: la Germania e il Messico.
La prima rappresenta il caso europeo forse più importante dopo quello italiano. Le forti “correnti migratorie” di famiglie e di elementi mafiosi di tipo più antico (verso ovest) e di tipo più nuovo (verso est) hanno compromesso in modo più o meno esteso territori importanti, di cui è stata provata una ospitalità strategica per gli interessi dei clan. Al tempo stesso, la rimozione culturale del problema, stigmatizzato come “questione di italiani”, ha favorito una elevata vulnerabilità del sistema, destinatario di numerosi investimenti immobiliari proprio a causa dei ritardi legislativi e operativi accumulatisi nel tempo.
Il secondo rappresenta forse il caso mondiale per antonomasia. La catastrofe umanitaria prodotta dallo scatenamento della violenza dei narcos obbligherebbe tutto il mondo a farsi carico della questione messicana, ma così non è, con ogni evidenza. Gli effetti sociali della criminalità organizzata, qualunque sia il cartello di volta in volta dominante, vi si fanno storia di un paese, attingendo dimensioni continentali.
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Rassegna politico-culturale |
I danni non economici (ma non meno gravi) dei dazi trumpiani |
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Dei danni economici dei dazi sono piene le pagine dei giornali (Corriere incluso) e gli indici di Borsa ne sono un assai conciso ma spietatamente efficace riassunto. Ma abbiamo già avuto modo di citare quel che ha scritto Ferruccio de Bortoli: i dazi «sono anche un veleno a lento rilascio di sfiducia nelle relazioni commerciali tra privati. (…) Incomprensioni e sospetti si allargano a macchia d’olio a tante altre attività non commerciali. Ai rapporti tra comunità scientifiche e culturali, per esempio. Il dilagare della sfiducia reciproca è la cifra distintiva di questa stagione geopolitica così gravida di angosce e interrogativi».
Ed è il tema su cui ritorna David Brooks in un editoriale sul New York Times esplicito fin dal titolo: «Come distruggere ciò che rende grande l’America»: «Voglio descrivere i danni che arrecheranno alla psiche e all’anima americane. Trump sta costruendo muri. Le sue politiche commerciali ostacolano non solo il flusso di merci, ma anche quello di idee, contatti, tecnologia e amicizie. Le sue politiche sull’immigrazione fanno lo stesso. Attacca le istituzioni e le comunità più coinvolte negli scambi internazionali: i ricercatori scientifici, le università, il corpo diplomatico, le agenzie di aiuto all’estero e le alleanze internazionali come la Nato».
A noi ha fatto tornare in mente quell’adagio secondo cui se due persone si scambiano due cose, se ne vanno con una cosa a testa, ma se si scambiano due idee, se ne andranno con due idee a testa. Insomma, il danno «culturale» dei dazi potrebbe essere doppio di quello economico. Brooks, probabilmente, sarebbe d’accordo.
Ma se la ragione economica dei dazi (peraltro irragionevole secondo quasi tutti gli economisti e, a quel che si vede, ancor di più secondo i mercati) è, come ha sintetizzato Gianluca Mercuri nella Prima Ora di oggi, «riaccendere la manifattura statunitense, modificare le catene di approvvigionamento e riportare la produzione in America», qual è invece la loro ragione culturale? Per Brooks, «l’essenza dell’agenda Trump potrebbe essere: non ci piacciono questi dannati stranieri».
Al che si potrebbe obiettare che non è un sentimento diffuso su una sponda soltanto dell’Atlantico (o del Mediterraneo). «Il problema – aggiunge però Brooks – è che le grandi nazioni nella storia della civiltà occidentale sono state nazioni crocevia. Sono stati luoghi in cui persone provenienti da ogni dove si sono incontrate, hanno scambiato idee e ne hanno elaborate di nuove insieme. Nel suo libro Cities in Civilisation, Peter Hall ha esaminato i luoghi più innovativi nel corso dei secoli: Atene nel V secolo a.C., Firenze nel XV secolo, Vienna dalla fine del XVIII secolo alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, New York dalla fine del XIX secolo alla metà del XX secolo, la Bay Area in seguito. Erano tutti luoghi di incontro per persone provenienti da differenti nazioni. Hall scrive: “Le persone si incontrano, parlano, ascoltano la musica e le parole dell’altro, ballano le danze dell’altro, accolgono i pensieri dell’altro. E così, per un incidente geografico, possono nascere scintille e qualcosa di nuovo dall’incontro“. Questo, continua, avviene nei punti di snodo, luoghi che incoraggiano l’interazione globale. Questi luoghi hanno caratteristiche comuni: sono non ingessati, non legati alle classi, non gerarchici, informali».
Magari non è tanto vero che siano sempre stati luoghi non gerarchici e senza barriere di classe (o di genere). Però, per fare un esempio più terra terra, pensate alla cucina. Alberto Grandi, storico dell’economia all’Università di Parma e nemico pubblico numero uno dei cantori della «secolare tradizione gastronomica italiana», scrive in Denominazione di origine inventata (libro diventato anche un podcast di successo, Doi): «A volere scrivere una storia della cucina regionale italiana, ci troveremmo nella sconfortante condizione di dover ammettere che, quantomeno tra l’inizio del XVIII secolo e i primi decenni del XX, in Italia esistevano due cucine soltanto: quella basata sulla polenta e quella non basata sulla polenta. Proprio come le due espressioni di Clint Eastwood, secondo Sergio Leone: quella con il cappello e quella senza cappello». L’unico luogo in cui le cose andavano in modo diverso erano le città. «La città – scrive ancora Grandi – diventa progressivamente il luogo della produzione manifatturiera, di scambio, di contesa politica, di studio, eccetera. In poche parole, in città si concentravano tutti i ricchi e i potenti della zona, i quali dovevano ostentare il potere e la loro ricchezza in tutto quello che facevano, costruendosi dimore sempre più eleganti, indossando abiti sempre più costosi, ma anche mangiando cibi sempre più ricercati. Così inizia il primo tempo della storia della cucina italiana». Per i pochi che ai tempi se la potevano permettere e che solo col passare dei secoli sono diventati sempre di più («I ricettari, che iniziarono a fare la loro comparsa alla fine del XIII secolo, erano rivolti solo a questo tipo di pubblico»).
Da questo punto di vista, gli Stati Uniti sono stati, per Hall e per Brooks che lo cita, una grande «città», intesa come grande luogo di scambio, di merci ma anche di idee e di culture: «L’innovazione economica esplode, scrive Hall, “in luoghi con una ricca rete di canali di importazione, che a loro volta forniscono canali per nuove idee”. Questa era l’America. Una nazione crocevia, che attirava immigrati molto motivati che volevano essere dove c’era azione». Brooks ricorda che in un saggio del 2009 per Foreign Affairs intitolato America’s Edge (il vantaggio dell’America) Anne-Marie Slaughter sosteneva che il potere nel XXI secolo sarebbe spettato alle nazioni che si sarebbero poste al centro delle reti, e che l’America era adatta a svolgere questo ruolo. «Abbiamo una popolazione diversificata con connessioni globali, alleanze attraverso due grandi oceani, le più grandi università con grandi corpi studenteschi stranieri. Ma tutto questo ora viene danneggiato», constata Brooks.
E non è nemmeno quello il principale cruccio del commentatore del New York Times: «La mia preoccupazione principale riguarda lo spirito e i valori del Paese. La psicologia delle persone si forma in base alle condizioni circostanti. Le condizioni che Trump sta creando si basano e alimentano una mentalità securitaria: ci stanno minacciando; è un mondo a somma zero, cane mangia cane; dobbiamo proteggere, proteggere, proteggere. Dobbiamo costruire muri. Ancora una volta, il problema è che se si osservano le culture delle società al loro apice, questa è praticamente l’opposto della mentalità che vi si riscontra. In Civilisation, la sua indagine sui momenti più alti della storia occidentale, il critico d’arte Kenneth Clark concludeva che i grandi periodi sono costruiti su una grande fiducia – la fiducia di una nazione nelle sue leggi e nelle sue capacità. Questa cultura condivisa di fiducia infondeva naturalmente nelle persone il coraggio sociale e lo spirito di avventura».
Brooks traccia un identikit delle figure che hanno sempre guidato l’innovazione e il dinamismo, i Darwin, i Picasso, i Gutenberg delle varie epoche: si mettono in situazioni non abituali, hanno curiosità anche non professionali, hanno una vasta rete di amici e conoscenti, sanno combinare punti di vista diversi, credono nella crescita personale continua. Poi osa pronunciare una parola che è diventata anatema in tempi di rivolta dei popoli contro le élite: cosmopolitismo. «C’è un nome per i valori e la postura che sto descrivendo: cosmopolitismo. Il cosmopolita ha radici in una città e in una nazione, ma fa tesoro e impara da molti altri flussi nazionali. Per dirla con un’espressione che ho già usato qui, la sua vita è una serie di audaci esplorazioni a partire da una base sicura».
Intendiamoci, non è che le élite cosmopolite siano senza colpe. Tutt’altro. Per limitarci soltanto ai decenni recenti, The Road to Somewhere di David Goodhart (ma, in fondo, anche Elegia americana di J.D. Vance) è solo uno dei tanti libri di denuncia di quelli che «si trovano bene in qualsiasi posto» (Anywheres) e ben poco si sono curati di quelli che, per non trascurabili ragioni (a partire da quelle economiche), faticano a strappare le radici che li legano a un singolo posto (Somewheres). E, non bastassero i libri, a dimostrarlo ci sono la rabbia diffusa post crisi dei mutui subprime del 2008-09, la Brexit, la doppia vittoria di Trump e un altro lungo elenco di risultati elettorali, anche in Europa.
Forse, prima di dire peste e corna degli «Anywheres» converrebbe riflettere sulle parole di un teorico del cosmopolitismo ben temperato come il filosofo britannico di origine ghanese Anthony Kwame Appiah (uno che, per dire, ha pubblicato anche un articolo intitolato Patrioti cosmopoliti, spiegando: «Continuo a pensare che si possa essere cosmopoliti e patrioti. In effetti, credo che la “conversazione” cosmopolita non abbia molto senso se non si pensa di avere qualcosa del proprio Paese da condividere con persone di altri Paesi»). In un’intervista a Angela Taraborelli dell’Università di Cagliari, pubblicata sulla Rivista italiana di filosofia politica, Appiah ha spiegato: «La mia idea di cosmopolitismo implica una particolare concezione della cittadinanza mondiale, secondo cui ci si preoccupa del benessere di ogni essere umano e, allo stesso tempo, si riconosce il diritto delle persone di perseguire diverse forme di vita, diverse visioni di ciò che è buono e utile. Ecco perché uso la formula “universalità più differenza”. Per sostenere questa preoccupazione per gli altri, è utile avere un’idea della gamma della varietà delle persone. E il modo più semplice per averla è di farsi entusiasmare dalla possibilità di imparare da chi non è come te. Questo piacere di entrare in contatto con persone diverse da noi – un apprezzamento cosmopolita – è qualcosa che molte persone possiedono già. Non c’è bisogno di sollecitarle; e se si impegnano con curiosità e in termini di approssimativa uguaglianza, finiranno per preoccuparsi di ciò che accade agli altri. E non vorranno che questi siano esattamente uguali a loro, perché in tal caso non avrebbe senso preoccuparsi dell’interazione tra le diverse società. Quindi, disporranno già delle idee cosmopolite di base».
Pare, però, che la soluzione oggi più in voga sia tornare alla bellezza – vera o presunta – dei singoli orticelli da coltivare. E guai a chi osa metterci i piedi dentro. Brooks non è affatto convinto che sia una buona idea: «A volte sembra che il XXI secolo abbia visto un attacco dopo l’altro al cosmopolitismo, dall’11 settembre in poi. Leader dopo leader, si fa appello alla paura dell’impurità e della minaccia. Questa atmosfera da mondo meschino non solo riduce i contatti tra i popoli, ma soffoca anche l’intraprendenza che è stata il miglior tratto distintivo dell’America. Trump ha chiamato quello di mercoledì il “Giorno della liberazione”, ma forse è meglio dire il “Giorno della stagnazione”».
La conclusione del suo articolo è un appello a quella che ritiene la vera «anima» degli Stati Uniti: «Se l’America è ancora l’America, queste tariffe rappresenteranno il punto di svolta della presidenza Trump. La gente si indignerà per l’inutile dolore economico che stanno causando e, più sottilmente, sarà disgustata dai valori vigliacchi che rappresentano».
La vera domanda, però, è tutta in quel «se»: l’America è ancora l’America?
Nel caso volesse tornare ad esserlo, Appiah ha qualche altro utile suggerimento (che scommettiamo Brooks condividerebbe): «Agli scettici direi: “Non vi state già basando sulla cultura di stranieri appartenenti ad altre società?“. Da molto tempo Hollywood produce remake di film di altri Paesi: I sette samurai di Kurosawa del 1954 ha avuto un remake con I magnifici sette già nel 1960, così come molto cinema giapponese mostra le influenze di Hollywood. Molto di ciò che ci interessa di più nelle arti è già il risultato di “conversazioni” tra società diverse: The Narrow Road to the Deep North, un classico giapponese del XVII secolo, è stato ispirato dal buddhismo indiano ed è basato su una sceneggiatura cinese. Shakespeare ha tratto alcune delle sue migliori trame da autori romani e ha mutuato la forma del sonetto da Petrarca. La World Music è transcontinentale tanto nelle influenze quanto nel pubblico. La musica Mbaqanga delle township del Sudafrica ha incontrato Paul Simon, il quale ha prodotto il disco Graceland che ha venduto milioni di copie e ha vinto il Grammy. I reality show inventati in Europa hanno conquistato la televisione americana. Il Grande Fratello è arrivato dai Paesi Bassi; Survivor è stato sviluppato in Gran Bretagna, ma è apparso per la prima volta in Svezia, e ha avuto quaranta stagioni negli Stati Uniti fino al 2020. Il calcio si gioca – con una grande varietà di stili – in tutti i continenti (ma il migliore, ovviamente, è quello del Ghana!)».
Brutta faccenda, se anche la cultura deve pagare dazio.
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Rassegna familiare |
Dove i single possono adottare (e la realtà dei bambini) |
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«Già la mattina dopo la sentenza abbiamo iniziato a ricevere le telefonate di persone single, soprattutto donne, che ci chiedevano come fare ad adottare». Daniela Russo è la responsabile delle adozioni del Ciai, il Centro italiano aiuti all’infanzia, il primo ente italiano a essersi occupato di adozioni internazionali (dal 1968). Già due anni fa il Ciai, dopo un «approfondimento scientifico e normativo» durato dieci anni, si era espresso a favore dell’adozione da parte dei single e delle coppie dello stesso sesso, constatando che: «Il benessere di bambini e bambine non dipende in modo significativo dal fatto che in famiglia i genitori siano sposati, separati, single o dello stesso sesso. A garantirlo è la qualità della relazione familiari» (un’affermazione condivisa anche dall’Associazione Italiana di Psicologia).
Adesso almeno l’adozione dei single è arrivata grazie a una sentenza della Corte costituzionale. «Pensiamo che questa apertura prenda atto di una realtà familiare che si è modificata da tempo e dia più possibilità ai bambini di trovare famiglie adottive. Il fulcro deve sempre essere il migliore interesse del minore» spiega Russo. «Saranno poi le autorità preposte dei vari Paesi esteri a stabilire quale sia il genitore o i genitori migliori per prendersi cura di ogni bambino o bambina. L’apertura ai single ovviamente non implica nessuna corsia preferenziale».
La Commissione per le adozioni internazionali (Cai) ha già comunicato quali sono i Paesi che consentono l’adozione per i single. La lista è sorprendentemente lunga: Benin, Capo Verde, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Eritrea, Gambia, Repubblica di Guinea, Kenia, Liberia, Malawi, Mali, Nigeria (ma solo lo Stato di Lagos), Senegal, Sierra Leone, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda e Zambia in Africa. Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Haiti, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Repubblica Dominicana e Stati Uniti nelle Americhe. Cina, Filippine, Giordania, India, Kazakistan, Kirghizistan, Mongolia, Nepal, Sri Lanka, Taiwan e Vietnam in Asia. Albania, Bielorussia, Federazione Russa, Kosovo, Lettonia, Lituania, Montenegro, Polonia, Portogallo, Romania, Serbia, Slovacchia e Ucraina in Europa.
Ma è una lista solo teorica, perché poi nei fatti i Paesi che danno in adozione bambini alle coppie italiane sono meno. «La guerra in Ucraina per esempio ha portato alla chiusura delle adozioni di Ucraina, Russia e Bielorussia, alcuni dei Paesi da cui gli italiani adottavano di più. La Cina ha chiuso alle adozioni internazionali con la pandemia di Covid e non ha ancora riaperto» spiega Russo. Altri Paesi hanno fatto strada nella protezione dell’infanzia e quindi rispondono ai bisogni dei propri bambini soprattutto attraverso l’adozione nazionale, che ha sempre la priorità su quella internazionale perché permette di non sradicare completamente i bambini dal contesto in cui sono nati e vissuti. Secondo il rapporto della Cai, i Paesi da cui gli italiani hanno adottato di più nel 2023 (l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati integrali) sono nell’ordine India, Ungheria, Colombia, Bulgaria, Perù, Vietnam, Brasile e Repubblica popolare del Congo (cinque di questi otto Paesi consentono l’adozione anche ai single).
La sentenza della Corte costituzionale ha riempito di speranza molte aspiranti madri e molti aspiranti padri. «Ma questo non cambia la realtà delle adozioni internazionali ed è fondamentale che chi vuole diventare genitore adottivo abbia aspettative realistiche» avverte Russo.
Le domande di adozione sono diminuite ma rimangono sempre molto più numerose delle adozioni effettive, che ormai sono intorno alle 500 all’anno, anche se l’Italia rimane il secondo Paese al mondo per adozioni internazionali dopo gli Stati Uniti. «Le persone spesso chiedono di adottare bambini molto piccoli e senza bisogni speciali» spiega Russo. «Ma la realtà dell’adozione internazionale è un’altra: le situazioni dei bambini adottabili dall’estero sono diventate più complesse e questo rende più difficile trovare famiglie preparate ad accoglierli. I bambini che vengono segnalati sono bambini definiti “con bisogni speciali” che spesso non hanno trovato genitori adottivi in patria. Cioè grandi (oltre i 7 anni), oppure in fratrie numerose (ovvero con l’obbligo di adottare più fratelli e sorelle insieme, ndr), con problematiche sanitarie o con vissuti di esperienze traumatiche importanti (come abusi e maltrattamenti)». C’è anche la questione economica: un’adozione internazionale costa ta i 15 e i 20 mila euro a seconda dei Paesi (costi che coprono l’accompagnamento dell’ente italiano che segue l’adozione e le procedure legali sia in Italia che nel Paese d’origine dei bambini).
Per i single rimane l’obbligo di superare la valutazione sull’idoneità ad adottare già prevista per le coppie. I servizi sociali devono accertare se hanno le risorse necessarie e le potenziali capacità genitoriali. Per esempio se hanno un lavoro, competenze emotive, una rete di supporto e sostegno intorno. E non è ancora chiaro cosa succede se le persone che vogliono adottare come single hanno una relazione o una vita di coppia. Sulla base della relazione dei servizi sociali il Tribunale dei minorenni in Italia dichiara gli aspiranti genitori idonei (o no) ad adottare. A quel punto sono i Paesi a cui danno la loro disponibilità ad adottare a valutare se sono adatti a fare da genitori a uno dei bambini che aspettano di essere adottati (l’aspirante genitore sceglie il Paese, ma è il Paese a scegliere i bambini per quel genitore).
In pratica dipenderà molto da quanto i single siano disposti ad adottare bambini con bisogni speciali e in particolare più grandi d’età, oltre i 10 anni. «L’età media dei bambini adottabili si è alzata in tutti i Paesi. Ma dopo i dieci anni di età è difficile che i bambini trovino persone disposti ad adottarli» dice Russo. Questo fa sì che i genitori che sono disposti ad adottarli vengano scelti più facilmente. «Noi – aggiunge – ci auguriamo solo che più bambini possano trovare accoglienza».
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Rassegna esistenziale |
Una domanda a filosofi, sopravvissute alla Shoah, poete: che senso ha la vita? |
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«Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non sarò vissuta invano; se riuscirò ad alleviare il dolore di una vita, o a lenire una pena, o ad aiutare un pettirosso caduto a tornare al suo nido, non sarò vissuta invano»: in uno dei suoi, non consueti, momenti di ottimismo la grande poeta statunitense Emily Dickinson (1830-1886) sintetizzava così, nella composizione 919, il senso che attribuiva alla vita. Come suggerisce Benedetta Centovalli, che le ha dedicato Nella stanza di Emily (La Tartaruga), in genere era più tormentata e torbida. «Una quieta – Vulcanica – Vita» la definisce in 601, nella traduzione di Amelia Rosselli, che pure di tormenti sapeva qualcosa. Ma qui si aprirebbe un baratro.
Faccenda complessa. E benché a tutti la domanda sia saltata in mente, guarda caso nei momenti peggiori, non è nemmeno facile porla in pubblico: ma che senso ha la vita? Noi giornalisti ci vergogniamo anche parecchio a porla. Soprattutto a chi reputiamo che possa saperne, per sapienza o esperienza, qualcosa. Più semplice (e accade) che la si rivolga a un cantante melodico o un’attrice esordiente e quelli si lancino spericolatamente in una risposta. Tanto, direbbe qualcuno, la risposta definitiva l’ha data Blasco da Zocca, alias Vasco Rossi, 73: «Voglio trovare un senso a questa vita /Anche se questa vita un senso non ce l’ha».
Non l’ha pensata così James Bailey che ne ha scritto sul quotidiano britannico The Guardian ma che, in realtà, si era posto la domanda ben dieci anni fa, nel settembre 2015, quando, racconta, si era ritrovato «unemployed, heartbroken and living alone in my dead grandad’s caravan», ossia disoccupato, col cuore infranto e ridotto a vivere da solo nella roulotte lasciata in eredità dal nonno. Come si confà a un essere umano moderno aveva googlato su internet alla ricerca di una risposta convincente. E si era imbattuto in un libro del 1932, On The Meaning Of Life, Sul significato della vita, messo assieme da Will Durant (1885-1981) interessante figura di storico della filosofia, divulgatore e femminista, il che non guasta mai. Durant era stato fermato per strada da un tizio che aveva minacciato di uccidersi se il filosofo non gli avesse offerto una solida ragione per non farlo. Di questi tempi gli sarebbero stati proposti molti motivi per farlo. Ma i social erano di là da venire, per quanto i cattivi siano stati troppi in tutti i tempi, e il buon Durant tirò fuori tutte le buone ragioni che gli vennero in mente per far desistere l’altro. Macché. Allora scrisse a cento eminenti pensatori per chiederne di migliori e chiuse il libro con un capitolo per dissuadere i candidati suicidi, con un approccio del tutto laico, anzi ateo, che indicava, un po’ genericamente, nel lavoro e nella famiglia il senso dell’esistenza. Evidentemente però le risposte non sono bastate al nostro James Bailey, che ha deciso di fare di testa sua: ha scritto una serie di letterine a personaggi più o meno illustri del nostro tempo, perdendo un sacco di tempo a scovare gli indirizzi e a mettere giù la sua domanda in bella calligrafia. Ha zelantemente leccato il bordo per chiudere le buste e il francobollo per spedirle. E ha atteso.
All’inizio invano. Fosse solo perché molti indirizzi erano sbagliati e l’efficienza residua delle poste gli ha rispedito indietro le lettere. Stava per arrendersi quando le risposte hanno cominciato ad arrivare, anzi a fioccare. Alcune banalotte. Altre rivelatrici, come quella del drammaturgo e regista Alan Ayckbourn, il quale ha confessato che, solo qualche anno prima, quand’era all’apice del successo, non avrebbe neanche risposto e adesso lo faceva così: «Mi dispiace, ma mi hai colto nel momento sbagliato della mia esistenza. La mia breve risposta è: che diavolo?». Lo scrittore e giornalista statunitense Charles Duhigg ha affermato che non sa quale sia il senso della vita ma non gli serve neanche saperlo. Una sopravvissuta a Bergen-Belsen, Susan Pollack, l’ha trovato nella gentilezza con cui un soldato britannico la raccolse moribonda e depose nell’ambulanza. C’è da sperare che non occorra passare per quell’inferno per accorgersi che, sì, gentilezza e generosità nelle piccole cose quotidiane hanno molto a che vedere con il senso di stare al mondo.
Ammesso che interessi, per quanto mi riguarda mi affido a un Premio Nobel. Di poesia, certo, perché altrove è difficile trovare risposte al tempo stesso complesse e semplici. È la poeta polacca Wisława Szymborska (1923-2012), che, ne La vita (1993), annota con la sua solita ironia e saggezza:
«…almeno per una volta /inciampare in una pietra,/ bagnarsi in qualche pioggia,/ perdere le chiavi tra l’erba;/ e seguire con gli occhi una scintilla/ nel vento;/ e persistere nel non sapere /qualcosa d’importante».
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Rassegna tecno-culturale/1 |
Cosi il vento di Facebook ha alimentato il populismo. Cosa è andato storto? |
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Cos’è andato storto? Come è successo che Facebook, dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, non ha davvero «dato più voce alle persone» ma ha perseguito l’engagement a ogni costo? E ha iniziato a «premiare e incoraggiare contenuti di bassa qualità»? Quand’è, precisamente, che la storia è cambiata?
Prima di parlare degli adolescenti, però, e degli effetti dei social network sugli adolescenti, è bene fermarsi a capire che fine hanno fatto tutta questa paura, tutta questa rabbia, che avvertiamo attorno a noi, moltiplicate dagli algoritmi della Silicon Valley (e della Cina, visto che in questa vicenda c’è anche TikTok). Come si sono dipanate. Cosa sono diventate. Perché altrimenti non capiamo dove siamo davvero, non capiamo perché a un certo punto ci siamo ritrovati uno contro l’altro, e ci siamo chiusi in casa a doppia mandata, e abbiamo smesso di pensare al futuro, abbiamo pensato soltanto a salvarci, a cavarcela, noi, che vadano al diavolo tutti gli altri. Perché, per esempio, a un certo punto in tanti hanno pensato che sì, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca fosse la cosa migliore in fondo. Che fosse la risposta giusta alla paura e alla rabbia. E infine perché il populismo, un po’ ovunque, sembra una forza a volte inarrestabile. Per farlo bisogna partire dal momento in cui qualcuno — non l’unico, ma non erano tanti all’epoca — ci ha detto che «il re era nudo», che la Silicon Valley ci stava fregando. E noi lo abbiamo applaudito, certo, ma non gli abbiamo creduto abbastanza. Siamo rimasti lì. Non abbiamo cambiato nulla. Non abbiamo «cancellato subito i nostri profili social», come ci esortava a fare il guru tecnologico Jaron Lanier in un libricino-manifesto uscito nel 2018. Ma non è di lui che dobbiamo parlare adesso.
«…E tutto questo odio, tutta questa violenza, sono stati alimentati da un piccolo gruppo di aziende tecnologiche che formano la più grande macchina di propaganda della storia». È il 21 novembre 2019. Il Jacob Javits Convention Center di Manhattan è gremito. Quattromila persone sono accorse per partecipare al summit annuale della Anti-Defamation League, un’organizzazione nata agli inizi del ‘900 per contrastare l’antisemitismo e diventata con il tempo un baluardo contro l’odio e le persecuzioni online. Sul palco c’è la persona scelta per ricevere l’International Leadership Award: non è un politico, non è un attivista, non è un filosofo. È un attore, o meglio, un comico di gran classe (tre nomination all’Oscar): è Sacha Baron Cohen, ovvero “Borat” per i suoi ammiratori, «il primo giornalista specializzato in fake news», come lo definirà lui stesso citando un film di culto.
Baron Cohen non è lì per far ridere, stavolta, anche se all’inizio qualcuno ride lo stesso: fa invece un discorso appassionato contro i social network. Anzi, contro Mark Zuckerberg. Lo cita cinque volte e ogni volta lo fa per smontarne gli argomenti. A tratti sembra una requisitoria. Dice fra le altre cose che su Internet tutte le cose sembrano avere lo stesso valore: il sito di Breitbart (il progetto editoriale di Steve Bannon, l’oscuro consigliere di Trump) assomiglia a quello della Bbc; i falsi Protocolli di Sion hanno lo stesso peso di un rapporto sull’antisemitismo della Anti-Defamation League; e le grida di un pazzo sui social sembrano credibili come le scoperte di un premio Nobel. Uno vale uno, chi l’aveva già detto? Siamo arrivati là dove il filosofo tedesco Hegel aveva previsto: è «la notte in cui tutte le vacche sono nere», dove sparisce la verità e quindi anche la conoscenza. «Abbiamo perso», dice Baron Cohen sconsolato e ormai in sala non ride davvero più nessuno. «Abbiamo perso un senso condiviso dei fatti fondamentali, il senso sul quale si basa una democrazia». Cita Voltaire: «Aveva ragione quando diceva che “quelli che possono farti credere a delle assurdità possono farti commettere delle atrocità”. I social media consentono di far arrivare le assurdità a miliardi di persone». Non esagerava, come vedremo: delle atrocità si stavano compiendo in effetti.
Quel discorso fa il giro del mondo. I siti web dei giornali lo rilanciano con convinzione e con la recondita speranza di arginare lo strapotere dei social che li stanno rendendo sempre più marginali. Ma la verità è che non cambierà assolutamente nulla. Su YouTube il video integrale lo guardano appena due milioni di persone. Non diventa “virale”. Il post di un medio influencer di Instagram su come perdere peso o aumentare il testosterone con la dieta giusta ha molto più impatto.
In quel momento la tempesta su Facebook si è appena placata. Eppure era stata dura stavolta. L’anno precedente Mark Zuckerberg per lo scandalo Cambridge Analytica nel giro di un mese aveva dovuto scusarsi solennemente due volte. «I am sorry,sono dispiaciuto per quello che è accaduto», aveva detto in un’intervista all’emittente televisiva Cnn. Poi, durante una drammatica testimonianza al Congresso, sudando copiosamente, ribadirà: «Non abbiamo capito davvero la responsabilità che abbiamo nella gestione dei dati dei nostri utenti. È stato un grosso errore, è stato un mio errore. I am sorry». Sembrava al tappeto, sembrava uno arrivato alla fine del suo regno. In quei giorni il mensile Wired, da sempre bibbia e trombettiere della rivoluzione digitale, era uscito con una copertina choccante: un primo piano del giovane Mark — aveva appena 34 anni — con il volto tumefatto da un pestaggio (non c’era ancora l’intelligenza artificiale generativa: era un’opera dell’artista Jake Rowland, realizzata mescolando due foto, una reale e una con un modello truccato).
Molti iniziarono a chiedere le dimissioni del fondatore: non può essere più amministratore delegato di un gruppo così importante, era la richiesta condivisa anche da alcuni azionisti. Ma quella richiesta sottovalutava due cose: la prima era la sua capacità di resistere sotto attacco; la seconda il fatto che per come era stata creata l’azienda, per le regole dello statuto e il peso dato alle azioni, Zuckerberg non può essere licenziato mai. Mai. E mai si sarebbe dimesso.
E così si era rialzato. Aveva comprato una pagina su alcuni giornali per mostrarsi contrito («Se non sappiamo gestire i vostri dati personali, non meritiamo di farlo», era stato il messaggio). E aveva chiuso i conti con la questione Cambridge Analytica pagando una multa enorme alla Federal Trade Commission: cinque miliardi di dollari, motivo per cui per la prima volta il profitto del 2018 sarà in leggero calo rispetto all’anno precedente. Ma in definitiva quella storiaccia non aveva innescato una vera crisi: l’azienda aveva registrato soltanto «un leggero calo degli utili» ma con un fatturato di oltre 70 miliardi di dollari. La “macchina” di Menlo Park produceva soldi a pieno regime. Lo scandalo non imponeva di cambiare i piani di Zuckerberg e soprattutto il suo modello di business. In fondo, a rivederlo oggi, era stato poco più di un diversivo: il problema di Facebook infatti non era tanto che una azienda terza avesse usato i dati degli utenti per fare propaganda politica mirata; il problema, il vero problema, era il funzionamento stesso dell’algoritmo che decideva cosa farci vedere e quali nostre reazioni emotive innescare. È bene ricordarlo di quali reazioni parliamo: la paura negli utenti anziani e la rabbia per il ceto medio impoverito. Quel problema non era stato sfiorato dallo scandalo.
Un mese prima del vibrante discorso di Sacha Baron Cohen a New York, Zuckerberg era andato a Washington ad arringare gli studenti della scuola di politica della Georgetown University ed era di nuovo “il solito Zuck”. Il paladino della libertà di espressione. Niente ferite sul volto e soprattutto niente giacca e cravatta come nelle disastrose audizioni parlamentari. Aveva la solita t-shirt nera a maniche lunghe e anche la solita, formidabile, faccia tosta. Agli studenti aveva detto che tutta la sua vita da imprenditore, il senso della piattaforma che aveva realizzato, si riassumeva in due soli obiettivi: dare più voce alle persone e connetterle. Come non volergli bene? E dopo aver citato (mentendo sui numeri, ma lo avremmo saputo molto tempo dopo) i successi del sistema di intelligenza artificiale implementato per intercettare contenuti pericolosi, aveva scandito questa frase: «Io credo che in una democrazia le persone, non le aziende tecnologiche, dovrebbero decidere cosa è credibile». Le persone dovrebbero decidere. Non gli algoritmi. E allora perché su Facebook e Instagram (ma anche su YouTube, Twitter e TikTok) accadeva e accade il contrario?
Era Il 17 ottobre 2019 e Mark era uscito dall’aula magna fra gli applausi ovviamente. Il messaggio era passato forte e chiaro. Ma le cose stavano diversamente. Come abbiamo già visto, l’anno prima, nel tentativo di resistere all’avanzata di TikTok, il criterio in base al quale ci venivano mostrati alcuni contenuti invece di altri su Facebook e Instagram era stato modificato per privilegiare «le interazioni sociali più significative». Era l’ennesima svolta per inseguire l’engagement e conquistare l’attenzione degli utenti. Che effetti aveva avuto? Un team di ingegneri di Menlo Park aveva avuto l’incarico di scoprirlo e i risultati erano spaventosi. In una nota interna — e ovviamente segreta — dell’aprile 2019 (e quindi sei mesi prima del discorso di Washington sul volemose bene, giù le mani dalla libertà di espressione!), si raccontava che molti esponenti di partito europei sostenevano che il nuovo algoritmo stesse cambiando il discorso politico: «In peggio». Infatti, proseguiva il rapporto, il peso attribuito ai contenuti che venivano condivisi (la “reshareability”), «premia e incoraggia contenuti di bassa qualità». Chiariamo: i partiti hanno da sempre un mix di contenuti positivi e negativi, ma la sensazione dei dirigenti di Facebook che stilano quel rapporto è che «con il nuovo algoritmo convenga produrre più contenuti negativi per raggiungere più persone; i post positivi si sono molto ridotti e al loro posto ci sono contenuti incendiari e attacchi diretti agli avversari». Molti partiti, era la conclusione, temono per gli effetti a lungo termine della democrazia. Non una cosa banale insomma. La democrazia in pericolo. Lo sapevano. Uno degli intervistati lo aveva spiegato meglio di altri: «Ci state costringendo a prendere posizioni che non ci piacciono e che fanno male alla società, ma noi sappiamo che se non facciamo così non vinceremo mai la battaglia sui social media».
Era l’inizio del 2019, in Europa il populismo veleggiava a tutta forza e in Italia era l’anno della Bestia, il team di social media manager artefice del successo elettorale di Matteo Salvini, il cui linguaggio politico sembrava fatto apposta per l’algoritmo di Facebook.
Questo “difetto di progettazione” dell’algoritmo dei social negli ultimi quindici anni è stato sfruttato ampiamente da chi aveva interesse a indebolire le democrazie occidentali. In testa la Russia, ovviamente. Nel 2013 era stato addirittura un capo di stato maggiore, il generale Valery Gerasimov, a mettere nero su bianco il testo di un suo discorso dell’anno prima in cui si enunciava il concetto di “guerra ibrida asimmetrica”, ovvero la necessità di utilizzare anche la rete e in particolare i social network per far circolare notizie false in grado di condizionare l’opinione pubblica. È effettivamente accaduto: a parte gli attacchi informatici, innumerevoli, degli hacker russi, sono stati dimostrati moltissimi casi in cui i russi hanno postato contenuti falsi o fuorvianti (per esempio in occasione del referendum sulla Brexit) che poi l’algoritmo di Menlo Park regolarmente, inconsapevolmente, premiava. Qualche anno più tardi in Cina la “dottrina Gerasimov” è stata ulteriormente affinata con il concetto di “guerra algoritmica cognitiva”. Un approfondimento di questi documenti ci porterebbe lontano, ma anche una semplice analisi semantica rivela di cosa si tratta. Primo: di una guerra. Secondo: fatta tramite degli algoritmi. Terzo: per cambiare la nostra sfera cognitiva, quello che sappiamo, quello in cui crediamo. Ci torneremo, parlando di TikTok.
Ora che degli avversari possano provare a sfruttare le debolezze di una società aperta come la nostra per fiaccarci, ci sta. Fa parte del gioco. È la geopolitica, bellezza. Diverso è il fatto che gli algoritmi dei social abbiano spesso creato dei danni a noi stessi senza che nessuno, progettandoli, abbia previsto che lo avrebbero fatto; o lo abbia preteso o imposto in qualche modo. Danni collaterali a volte devastanti.
Il caso forse più eclatante — il massacro della minoranza musulmana dei rohingya in Myanmar nel 2017 — lo ha spiegato recentemente lo storico Yuval Harari a partire da un rapporto di Amnesty International che aveva documentato, al di là di ogni ragionevole dubbio, il ruolo degli algoritmi nel fomentare l’odio etnico che poi si era tradotto in violenze efferate. Sostiene Harari: «I dirigenti di Facebook mica hanno scritto algoritmi per incitare la popolazione a prendersela con la minoranza musulmana, ma hanno soltanto chiesto di premiare i contenuti che avessero il massimo di engagement, che provocassero delle reazioni degli utenti. Gli algoritmi hanno scoperto che i post che facevano riferimento ad una cospirazione dei rohingya scatenavano gli utenti — la rabbia è il sentimento più facile per alzare l’engagement — e hanno mostrato quei post ad un maggior numero di persone. Dire che i dirigenti di Facebook o gli algoritmi non hanno colpe di quello che è accaduto dopo perché mica li hanno scritti loro i post fasulli sulla cospirazione dei rohingya, equivale a dire che il direttore di un giornale non è responsabile di quello che mette in prima pagina perché mica li ha scritti lui gli articoli. È un enorme potere decidere cosa vedranno gli utenti e quel potere implica una responsabilità. Nel caso del Myanmar è importante notare che l’algoritmo aveva come obiettivo di aumentare l’engagement degli utenti e l’obiettivo è stato centrato».
In quegli anni si è ritenuto o almeno sperato che la soluzione a questo lato oscuro della rete fosse il fact-checking, il controllo della verità dei fatti citati in ogni singolo contenuto postato sui social. È il caso di riconoscere che il rimedio non ha funzionato. E non perché sia praticamente impossibile controllare tutto (solo su Facebook gli utenti postano un milione di contenuti al minuto). Ma perché la verità ha tante sfumature, la stessa cosa si può raccontare in modi diversi a seconda del punto di vista e un “tribunale permanente dei social” non è un rimedio efficace se non per pochi gravissimi casi eclatanti: il resto è censura e alimenta il senso di ribellione «contro le elite che controllano il mondo». Inoltre il fact-checking — che per i giornalisti è un dovere assoluto — sui social network è vissuto come un’opinione in più, faziosa se smentisce i pregiudizi o le aspettative; e in definitiva non ha fatto cambiare idea a nessuno.
Quando tre mesi fa, per compiacere il neo rieletto presidente Trump, Zuckerberg ha annunciato «la fine del fact-checking» su Facebook e Instagram, molti hanno gridato alla «fine della verità» ma la verità in rete era morta da un pezzo come abbiamo visto. Invece di chiedere ad una società tecnologica di ergersi a “guardiano della verità” dei nostri post, basterebbe pretendere di non favorire quelli che scatenano rabbia e paura; pretendere di giocare tutti alla pari, senza trucchi. Senza engagement. Ma questo farebbe andare a picco i profitti e gli azionisti non lo tollererebbero. Infatti quando negli anni scorsi sul tavolo dell’amministratore delegato di Meta sono arrivati rapporti interni ed esterni che provavano che «qualcosa stava andando storto», non è sostanzialmente cambiato nulla e la dinamica vista in Myanmar si è ripetuta infinite volte.
Una di queste merita di essere raccontata perché ci dà una chiave di lettura di tutto quello che abbiamo detto fin qui. Nel 2018 nello Sri Lanka una banale lite di traffico era finita con il pestaggio e la morte di un camionista e su Facebook aveva preso a circolare la versione — falsa — che fosse un’azione dei musulmani intenzionati a sfidare la maggioranza buddista del Paese. Ne erano seguiti dei post incendiari e poi la vendetta: moschee attaccate, negozi bruciati, case distrutte, altri morti. «Non è tutta colpa di Facebook», disse con onestà un dirigente del governo al giornalista del New York Times inviato a ricostruire i fatti, «i germi di quello che è accaduto, la rivalità fra musulmani e buddisti, sono i nostri; ma Facebook è il vento». Il vento. L’amplificatore del male che c’è nel mondo.
Sarebbe un errore colossale adesso spiegare l’ascesa del populismo con gli algoritmi dei social network: la crisi delle democrazie è un fenomeno più complesso ma non è esagerato affermare che senza i social network il populismo non avrebbe avuto la stessa forza distruttiva. E sarebbe ugualmente un errore negare tutto il bene che l’avvento dei social network ha comunque portato nelle nostre vite. E del resto in questi anni Mark Zuckerberg non ha smesso di ricordarcelo. Nel discorso di Washington del 2019 disse per esempio che il movimento Black Lives Matter era nato con un hashtag su Facebook; e poi aveva citato la possibilità per gli amici e i familiari di stare in contatto anche se lontani, il contrasto alla solitudine degli anziani, le opportunità per i piccoli imprenditori e gli artigiani di farsi conoscere e allargare il proprio mercato, l’utilità di una piattaforma comune in caso di disastri naturali. Tutto vero. È per questo che nonostante tutto siamo ancora lì, con i nostri profili social: perché ne abbiamo bisogno. Ma il lato oscuro dei social, quello che li ha fatti crescere e che li ha resi aziende miliardarie, è un altro: è la ricerca dell’engagement a tutti i costi. Ricordate le parole del funzionario governativo dello Sri Lanka? «Facebook è il vento». E il vento può gonfiare la tua vela e portarti dove vuoi oppure può farti naufragare. Il vento ti può portare dalla parte del presidente ucraino oppure da quella dell’invasore. I padroni dei social decidono come usare quel vento. Basta un clic a volte.
Dopo il drammatico incontro di Zelensky con Donald Trump alla Casa Bianca del 28 febbraio scorso, qualcuno su Instagram ha creato un oggetto, con il volto di Zelensky, per esprimergli solidarietà. Una cosa banale per consentire a tutte le persone di condividere l’immagine del presidente ucraino fra le proprie storie mentre il contatore si aggiorna. Per Gaza aveva funzionato («Tutti gli occhi su Rafah» era lo slogan), per Zelensky no. È accaduta una cosa bizzarra: chi postava la foto del presidente ucraino la vedeva, ma tutti gli altri no, non c’era, e dopo un po’ appariva la scritta «ancora nessuna visualizzazione».
Sicuramente sarà stato un bug: vi pare credibile che per far piacere a Trump qualcuno a Menlo Park abbia truccato le carte? Vi pare possibile?
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Rassegna tecno-culturale/2 |
Microsoft compie 50 anni: ha fatto la storia dell’informatica (e un po’ anche la nostra) |
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La data ufficiale è il 4 aprile 1975: ne abbiamo la certezza non perché la riporta Wikipedia, e a cascata tutti i siti, ma perché è nella giornata di oggi – 4 aprile 2025 – che Microsoft ha organizzato la festa per i 50 anni. Poco importa se la società – come peraltro riporta la stessa Microsoft nella bizzarra serie di video pubblicata a partire dal 2009 per raccontare la propria storia – è nata formalmente il 26 novembre del 1976. Cioè circa 7 mesi dopo la nascita di Apple (1 aprile 1976). Meglio anticipare i tempi, a quel 4 aprile del 1975 quando la società nacque di fatto, perché i due giovani (futuri) soci Bill Gates e Paul Allen – compagni, scostanti, di studi fin dall’adolescenza – si trasferirono in New Mexico, ad Albuquerque, per dare meglio seguito al primo contratto di un certo peso portato a casa: 31 mila dollari per sviluppare il software Basic per la Mits, la Micro Instrumentation and Telemetry Systems che in quell’anno iniziò a commercializzare il primo «microcomputer kit», ossia il mitico Altair 8800. Poco più di un prototipo che senza il software di Gates e Allen non era poi in grado di fare molto.
La prima pubblicità di Microsoft, 1976
Era iniziata una storia, quella dell’informatica moderna, che gira tutta intorno a una frase a dir poco famigerata, attribuita a Gates proprio in quel 1975: «Nel futuro vedo un computer su ogni scrivania e uno in ogni casa». A dirla oggi, sembrava una scommessa facile. Allora appariva come un’utopia da tecno-hippie. Perché quello erano considerati negli anni ’70 Gates e Allen, al pari di Jobs e Woznjack. A differenza dei manager Ibm, allora il colosso dei computer mainframe (quelli grandi come una stanza, per capirci), tutti camicia, cravatta e capelli in ordine. Nel 1978 Mirosoft contava «ben» 16 dipendenti e si spostò a Seattle, città di nascita di Bill Gates, dove in sostanza si trova tuttora. Nel 1980 le mosse che crearono la base di lancio: l’apertura delle vendite del software ad altre aziende, il primo ufficio internazionale dell’azienda (in Giappone), l’acquisizione (per 50 mila dollari) del sistema operativo Qdos (quick and dirty operating system, sistema operativo veloce e sporco) che sarà alla base del futuro Ms-Dos, la prima pietra angolare di Microsoft.
Sempre del 1980 è l’assunzione del 30esimo dipendente, tale Steve Ballmer, il primo business manager assunto da Gates nonché – 20 anni dopo (spoiler) – suo successore alla guida dell’azienda, e del suo primo prodotto hardware: la Z80 Card, microprocessore su circuito stampato ideato dall’italiano Federico Faggin.
1975-2000: Bill Gates: la cavalcata nel futuro
Del 1981 è la foto storica di Gates e Allen circondanti da computer: era iniziata la Leggenda dei Micro-Kids (come recitava la prima pubblicità, nel 1976, dell’azienda, vedi sopra), Microsoft aveva chiuso il contratto di licenza di Ms-Dos con Ibm. Non la vendita del software, ma una percentuale sulla vendita di ogni pc. Gli hippie e i manager più che essere arrivati alle stesse conclusioni, si erano fusi nell’idea che il personal computer sarebbe stato il futuro. E con circa 3 miliardi di macchine – desktop pc o laptop – attive nel mondo, oggi possiamo dire con tranquillità che ci avevano visto bene. Di questi computer, a marzo 2025 – secondo Statista – Microsoft vanta più del 68% dei sistemi operativi installati (le varie versioni di Windows), con la principale rivale, 50 anni dopo ancora Apple, che non raggiunge il 20%. Il valore attuale dell’azienda, intorno ai 3 mila miliardi di dollari, è un record condiviso con (poche) altre big tech. Ma la strada per arrivarci è stata lunga, una storia che ci ha accompagnato nel cambiamento di molte delle nostre abitudini quotidiane, con la graduale «contaminazione» da digitale.
L’immagine iconica che compare ovunque nella sede di Redmond: i primi 11 dipendenti di Microsoft, con Gates e Allen alla «base» della piramide
In questi 50 anni Microsoft ha visto succedersi alla sua guida solo 3 amministratori delegati, tre porzioni di vita da multinazionale che corrispondono a epoche ben diverse e che possono suddividersi nei tre capitoli della storia di Microsoft. Bill Gates è lo storico co-fondatore e l’uomo della visione che ha condotto l’azienda ufficialmente fino al 2000, ma rimanendo alle spalle di Ballmer come Chief Software Architect e presidente per altri anni.
Nel 1983 viene introdotto l’uso del mouse e sotto forma di un floppy disk, la prima versione di Word viene regalata (come demo) insieme alla rivista Pc World. L’anno è un altro di quelli da segnarsi in rosso: è l’esordio di Windows, di fatto un’estensione del Dos che permetteva la gestione «grafica» del sistema operativo: non più solo comandi a tastiera su sfondo nero, ma le «finestre» che utilizziamo tuttora. Quello che serviva per una reale diffusione di massa. Che poi questo nuovo prodotto Microsoft nascesse da un reverse engineering del sistema operativo fatto esordire da Steve Jobs per i propri Mac, è una storia nella storia. Di una rivalità reale e commerciale su una delle invenzioni più dirompenti della Storia, il personal computer, che spesso sfocia nella leggenda. Dalla fine degli anni Ottanta per quasi tutti i Novanta, essere Windows o Mac era un tratto distintivo da tribù. Ma nella realtà economica, per Microsoft fu una cavalcata che la portò a conquistare oltre il 90% dei pc del mondo. Eravamo intorno al 2000 e sarebbe poi iniziato un altro pezzo di storia.
Windows continua a essere un ambiente operativo, non un vero e proprio sistema. Ma la sua adozione è miracolosa: nel 1990 Microsoft è la prima azienda di software per pc a superare il miliardo di dollari in vendite. La versione 3.1 di Windows inizia comparire in sempre più uffici e anche nelle case. E iniziano ad accumularsi le cause con l’Antitrust, quello americano e poi europeo, per comportamenti scorretti. Windows 95 vendette un milione di copie nei primi 4 giorni: il sistema operativo aveva «embedded» la prima versione di Internet Explorer, il browser della casa. Bill Gates scriveva il suo primo libro – «The Road Ahead», la strada davanti -, e Microsoft si preparava alla conquista anche dei nuovi spazi digitali, quelli online.
Windows 3.1, per molti utenti il primo Windows di una lunga serie
Il processo dell’Antitrust
Quelli a cavallo del Duemila furono però anni difficili, e Bill Gates lasciò la gestione all’uomo forte (e parecchio «tifoso» del marchio, vedi il video sotto) Steve Ballmer, dopo 25 anni alla guida della «sua» società. Nel giugno del 2000 la corte americana ordinò lo smembramento di Microsoft in due aziende separate, come soluzione del processo Antitrust iniziato nel 1998: l’azienda perse il 30% di valore, e malgrado nel 2001 la conclusione dell’iter giudiziario fosse meno drammatica (Microsoft acconsentì di aprire – a concorrenti e utenti – i segreti di Windows), l’indebolimento dell’azienda di fatto aprì la strada a vecchi (Apple) e nuovi (Google) concorrenti.
2000-2014: Steve Ballmer – La fine della magia?
Il giocatolo non si era rotto, tutt’altro, solo stava prendendo anche altre forme. Di innovazione e commerciali. L’azienda da un lato dava l’idea di seguire le nuove correnti: nel 2001 entra nel mercato dei videogiochi con Xbox; nel 2009 viene aperto il primo negozio al dettaglio del marchio; si susseguono una serie di acquisizioni a dir poco strategiche: da Skype nel 2011 a Nokia nel 2013, fino a LinkedIn nel 2017. Dall’altro però la guida di Ballmer, troppo concentrata sul cosiddetto core business – il software per pc – fece in un certo qual modo deviare dal capire che la «strada davanti» stava prendendo altre direzioni. Del 2007 è la frase di Ballmer che ridicolizzava un nuovo prodotto Apple destinato a un certo successo: «Non c’è alcuna possibilità che l’iPhone ottenga una quota di mercato significativa. Nessuna possibilità: costa 500 dollari, non ha senso». Arrivò anche il momento dei Windows Phone, una storia iniziata tardi e male che durò meno di 5 anni. Il periodo più nero venne ben raccontato dal Wall Street Journal, al tramonto dell’era Ballmer: «In molti casi Microsoft aveva lavorato a progetti come smartphone, touchscreen, auto e orologi da polso intelligenti molto prima di Apple o Google. Ma l’azienda ha ripetutamente ucciso questi progetti promettenti perché minacciavano le sue mucche da latte». L’azienda innovativa per definizione era diventata un difensore fuori tempo massimo di un concetto di informatica che stava diventando vecchio. È un po’ la storia dei manager e degli hippie che torna, ma al contrario.
2014-presente: Satya Nadella – La «nuova» Microsoft
Ma non era più certo epoca da hippie, anzi. Era arrivato il momento della definitiva maturità. Il 4 febbraio del 2014 divenne amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella, definito «l’uomo del cloud» che era in azienda già da 22 anni. Una tradizione di azienda-famiglia, in proporzioni ormai oceaniche, che proseguiva. Nadella cambiò il mantra dell’azienda, coniando la frase che tuttora accompagna la strategia di Microsoft: «Dare maggior potere a ogni persona e a ogni organizzazione sul pianeta per poter raggiungere risultati più alti». Non c’erano più i nemici di Ballmer, ma altre aziende con cui fare affari: dalla pace con Linux alla collaborazione con Apple, l’azienda vendeva i propri software e servizi a tutti. A due anni dalla gestione Nadella il valore in borsa era salito del 60% sfiorando il record del 1999, nel 2023 il valore era decuplicato, con una crescita annua media del 27% dopo in sostanza 14 anni di calma piatta.
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Rassegna cinematografica |
L’Eden di Howard e Law, show apocalittico e specchio dell’attualità: ecco perché (forse) vi piacerà |
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Che cosa vi aspettereste da un filmone diretto dal premio Oscar Ron Howard, interpretato da un kolossal cast con Jude Law, Vanessa Kirby, Ana de Armas, Sydney Sweeney e Daniel Bruhl, ambientato su un’isola deserta negli anni Trenta, dove un gruppo di personaggi cerca, a contatto con la natura, una ricetta per sopravvivere e magari trovare uno spicchio di felicità, mentre il mondo in crisi scivola verso il baratro nazista? Vi aspettereste sfracelli, è ovvio: metafore profonde, storie estreme, pensieri alti. Il filmone è Eden, proposto al Torino Film Festival lo scorso novembre, nei cinema dal 10 aprile con 01 Distribution. Le attese, va detto, non vengono tradite sul piano romanzesco, nel drammatico succedersi degli avvenimenti, nella ricerca di assonanze con l’attualità.
Storia vera, ma alquanto ridisegnata. L’Eden di Howard è collocato a Floreana, nell’arcipelago delle Galapagos, dove una coppia altolocata – il medico filosofo Friedrich Ritter (Jude Law) e la bella moglie Dora Strauch (Vanessa Kirby) – si rifugiò per impostare un progetto esistenziale rivoluzionario. Vita rurale, essenziale, cura dell’orto, contemplazione, meditazione. Lui passava le giornate a scrivere un trattato sulla salvezza dell’umanità e lettere ai giornali che ne rilanciavano un’immagine di duro e puro. Lei, malata di sclerosi multipla, lo assisteva: donna innamorata e bisognosa di aiuto, affascinata dall’intento di fondare una nuova civiltà.
La missione attrasse altri pionieri: prima il mite Heinz Wittmer (Daniel Bruhl) con la seconda moglie Margaret (Sydney Sweeney) e il cagionevole figliolo Harry, poi la baronessa-avventuriera Eloise Bosquet de Wagner (Ana de Armas) con una coppia di amanti un maggiordomo sudamericano al seguito.
La nobildonna voleva creare un business, costruendo in quel paradiso terrestre un resort di extralusso. Tutto andò a carte quarantotto non appena affiorarono le criticità individuali, conseguenza di un invincibile mostro a due teste: ossessione & follia. Ritter detestava l’invasione dei nuovi arrivati e fece di tutto per scoraggiarli. Ma mentre Heinz e Margaret riuscirono a trasformare un alloggio di fortuna in una vera casa con un allevamento e risorse autonome, la baronessa sperperò in breve le scorte di cibo e si rivelò una perfida manipolatrice che rubava ai vicini di casa e bollava Heinz definendolo «una rapa bollita», compromettendo la maternità di Margaret e tentando di mettere Ritter e Dora alle corde. La nuova civiltà nasceva male, riproducendo in quel dannato microcosmo, molestato da mosquitos e cani selvaggi, vizi (moltissimi) e virtù (pochissime) del mondo in rovina.
Jude Law e Vanessa Kirby: il dottor Friedrich Ritter e la moglie Dora Strauch
Il survival thriller diventa, a questo punto, un horror esistenziale. Cadono le maschere, affiora il lato oscuro di un’umanità che identifica la speranza con l’affermazione personale, la prevaricazione. Ritter è un bizzarro egocentrico. Heinz e Margaret sono esseri umani calpestati dalla Storia che costruiscono il loro futuro a testa bassa, con volontà e forza d’animo, la baronessa rappresenta il fascino del male.
Sweeney e Kirby sono le migliori di un cast che vive di elettricità emotiva e lascia a Law e Burhl i ruoli più schematici e stereotipati. Howard ha detto di essersi appassionato alla storia quindici anni fa durante una vacanza alle Galapagos e «che l’idea di un gruppo di persone degli Anni Trenta che abbia pensato di isolarsi dal mondo per ritrovarsi spiritualmente è affascinante e confortante». Per l’ex Richie Cunningham, che ha da tempo cambiato rotta virando su un cinema assorto, profondo, attento al dramma più che dalla commedia, «bisogna credere nella famiglia e nel potere degli affetti per poter arrivare a un futuro migliore».
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Rassegna musicale / 46 |
La playlist della settimana, tre novità italiane: Poi, Carol e Fabi |
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Giorgio Poi – «Uomini contro insetti»
«Bucare il cielo con uno sputo / Cercavi Dio, ma non l’hai trovato»
Il titolo del singolo che annuncia il nuovo album «Schegge» di Giorgio Poi arriva da un saggio contenuto nell’Elogio all’ozio di Bertrand Russell. E in effetti l’atmosfera è quella di un pomeriggio d’ozio, scandito da pensieri agrodolci, con la consapevolezza che «le canzoni sono sempre ridicole, scusate, lo so». Un sogno a occhi aperti, che somiglia a un incubo: «Mi hai lasciato sulle labbra il rosso dell’Alchermes, il tuo herpes». La ballata di Poi ci culla teneramente, se non fosse per le parole, splendide, che lasciano un retrogusto di malinconia e inquietudine, tra la terra e il cielo. «In caso di emergenza, battere le ali». Non ci resta che aspettare l’album, e sperare che siano schegge acuminate come questa.
Anna Carol – «Principianti» – «Diversi tipi di dolore»
«Vorrei solo un po’ di attenzione e bombole d’ossigeno, fino a sentirmi un orologio, di De Chirico»
Secondo disco per la cantautrice di Bolzano Anna Carol, che «scorre come ruscello», per citare un suo brano. Pop elegante, raffinato, funkeggiante come nel bel brano «Il contrario», oppure slabbrato e ondulato come in «Diversi tipi di dolore». Non un miracolo, ma un disco promettente, splendidamente suonato e arrangiato dai Selton, la band brasiliana ormai italiana d’adozione.
Niccolò Fabi – «Acqua che scorre»
«Acqua che scorre, sole che sorge, fumo che sale, la mela che cade»
Proprio mentre sta per uscire al cinema il documentario sui 30 anni di musica e amicizia con Max Gazzè e Daniele Silvestri («Un passo alla volta», ma anche il live al Circo Massimo), esce questo singolo di Niccolò Fabi «Acqua che scorre», che anticipa l’album in arrivo, «Libertà negli occhi». Un flusso di parole su un ritmo ipnotico, un inno d’amore per la terra, che bisogna provare a salvare: «Lo sanno tutti, ma forse è tardi».
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