Significato Terreno piantato a vite; fonte di guadagno
Etimologia dal latino vinea, derivato di vinum.
«L’occasione è interessante, diciamo che… c’è terreno per porre una vigna.»
Le Leggi delle XII tavole — la prima redazione scritta di norme del diritto romano, datata intorno al 450 a.C. — pur se non ci sono arrivate complete sono una testimonianza estremamente importante, anche da un punto di vista linguistico. Ad esempio la sesta tavola prevedeva, nella parte che ci è pervenuta, «Nessuno deve spostare travi da edifici o vigne». Quella dello spostamento, dell’uso improprio e del furto di travi era una questione urgente e seria contemplata spesso dal diritto romano, e se la questione-travi che investe gli edifici pare logica, è abbastanza sorprendente la considerazione rispetto alla vigna. Non siamo davanti a un campo coltivato come gli altri — è un campo che richiede delle costruzioni, una certa infrastruttura.
Il nome della vite racconta etimologicamente la sua caratteristica rampicante: il verbo latino vieo, da cui il suo nome, significa ‘intrecciare’. Quindi la vigna richiedeva le pagine, cioè strutture di sostegno, pergolati — e in effetti anche quando veniva appioppata, cioè fatta cresce su alberi si usavano pali di collegamento.
Perciò i terreni coltivati a vite si sono distinti, per molto tempo, per la presenza di travi — oggi c’è stato un certo progresso nei sostegni, ma è senz’altro stato un tratto speciale di questi campi. Tant’è che la vinea era anche una macchina d’assedio, una sorta di pergolato su ruote, coperto di cuoio, che permetteva di avvicinarsi alle mura senza essere colpiti.
Questo nome del terreno piantato a vite prosegue senza soluzione di continuità nei millenni, abitato con profonda presenza; basti pensare a parole come ‘svignare’, messa a punto in un immaginario in cui era comune la fuga attraverso i filari, o ‘vignetta’, concepita a partire dai tralci ornamentali disegnati sui frontespizi.
Ma è anche un’antonomasia per il luogo di lavoro da cui si traggono frutti importanti a livello figurato — pensiamo alla Chiesa, vigna del Signore — e in genere, concretamente, per l’attività redditizia, come quando ragioniamo di quel paio di appartamenti che sono la vigna dell’amico.
Oggi questa parola trova una fortuna precisa, nel lessico enologico, indicando una particella, un appezzamento specifico da cui si trae un certo vino — secondo un paradigma che valorizza le particolarità uniche di un terroir defintissimo, ma con un tono più disinvolto e versatile rispetto a quello che prende il cru.
Il prestigio del prodotto determina quindi il rilievo del filare: niente di nuovo sotto il sole. Ci basti pensare che vinea, ‘vigna’, è un derivato di vinum, ‘vino’.
Le Leggi delle XII tavole — la prima redazione scritta di norme del diritto romano, datata intorno al 450 a.C. — pur se non ci sono arrivate complete sono una testimonianza estremamente importante, anche da un punto di vista linguistico. Ad esempio la sesta tavola prevedeva, nella parte che ci è pervenuta, «Nessuno deve spostare travi da edifici o vigne». Quella dello spostamento, dell’uso improprio e del furto di travi era una questione urgente e seria contemplata spesso dal diritto romano, e se la questione-travi che investe gli edifici pare logica, è abbastanza sorprendente la considerazione rispetto alla vigna. Non siamo davanti a un campo coltivato come gli altri — è un campo che richiede delle costruzioni, una certa infrastruttura.
Il nome della vite racconta etimologicamente la sua caratteristica rampicante: il verbo latino vieo, da cui il suo nome, significa ‘intrecciare’. Quindi la vigna richiedeva le pagine, cioè strutture di sostegno, pergolati — e in effetti anche quando veniva appioppata, cioè fatta cresce su alberi si usavano pali di collegamento.
Perciò i terreni coltivati a vite si sono distinti, per molto tempo, per la presenza di travi — oggi c’è stato un certo progresso nei sostegni, ma è senz’altro stato un tratto speciale di questi campi. Tant’è che la vinea era anche una macchina d’assedio, una sorta di pergolato su ruote, coperto di cuoio, che permetteva di avvicinarsi alle mura senza essere colpiti.
Questo nome del terreno piantato a vite prosegue senza soluzione di continuità nei millenni, abitato con profonda presenza; basti pensare a parole come ‘svignare’, messa a punto in un immaginario in cui era comune la fuga attraverso i filari, o ‘vignetta’, concepita a partire dai tralci ornamentali disegnati sui frontespizi.
Ma è anche un’antonomasia per il luogo di lavoro da cui si traggono frutti importanti a livello figurato — pensiamo alla Chiesa, vigna del Signore — e in genere, concretamente, per l’attività redditizia, come quando ragioniamo di quel paio di appartamenti che sono la vigna dell’amico.
Oggi questa parola trova una fortuna precisa, nel lessico enologico, indicando una particella, un appezzamento specifico da cui si trae un certo vino — secondo un paradigma che valorizza le particolarità uniche di un terroir defintissimo, ma con un tono più disinvolto e versatile rispetto a quello che prende il cru.
Il prestigio del prodotto determina quindi il rilievo del filare: niente di nuovo sotto il sole. Ci basti pensare che vinea, ‘vigna’, è un derivato di vinum, ‘vino’.