(ANSA) – NAPOLI, 03 LUG – È durata solo pochi mesi la collaborazione con la giustizia del capo del clan dei Casalesi Francesco Schiavone, il più noto tra i boss della mafia campana soprannominato Sandokan per via della somiglianza con la “tigre della Malesia” interpretata da Kabir Bedi in tv. La Procura di Napoli ha deciso di revocare il programma di protezione e quindi anche il percorso avviato a marzo ritenendo le sue dichiarazioni non utili ai fini investigativi. I pm antimafia coordinati dal procuratore Nicola Gratteri hanno presentato istanza al ministero della Giustizia che ha disposto nuovamente il 41 bis per il boss. La notizia del “pentimento”, in alcuni ambienti accolta con perplessità, aveva fatto sperare che il boss custodisse ancora segreti e informazioni utili. Dal “carcere duro” si può comandare, come dimostra l’indagine della Dda di Napoli sul clan Contini, e così si era sperato che il capo della federazione malavitosa casalese potesse contribuire a far luce su omicidi irrisolti o parzialmente risolti, casi di lupara bianca e misteri come quello che ammanta ancora la morte del fondatore del clan Antonio Bardellino. Più appetitosi apparivano gli intrecci tra camorra e politica che per anni hanno condizionato il Casertano e non solo. Sandokan – hanno ricostruito inchieste e processi come “Spartacus” – godeva di appoggi politici di alto livello; condizionava elezioni e appalti pubblici. Ed è rimasto forte anche dopo il pentimento, nel 1993, di suo cugino Carmine Schiavone. Eppure il contributo sulle pagine nere scritte dalla camorra è apparso irrilevante. Forse per sua stessa volontà. C’è chi pensa che l’inefficacia della sua collaborazione possa essere legata a quanto è accaduto di recente nella “sua” Casal di Principe teatro di rigurgiti camorristici legati alla mancanza di leadership criminale. Una guerra che vede coinvolto uno dei suoi figli, Emanuele Libero, scarcerato nell’aprile scorso, proprio pochi giorni dopo l’inizio del “pentimento” del padre. Il sesto figlio di Sandokan è stato arrestato qualche settimana fa con un altro “figlio d’arte”, Francesco Reccia (il padre Oreste è tuttora al 41bis) con il quale stava cercando di riorganizzare la cosca mafiosa. Uscito di cella, lo scorso aprile, Emanuele si è precipitato a Casale manifestando subito una netta contrapposizione con la scelta paterna; è tornato in via Bologna, nella porzione della tenuta di famiglia non confiscata, per riaffermare senza equivoci la sua presenza sul territorio. Ma mettendosi anche contro qualcuno che nel frattempo aveva occupato lo spazio criminale lasciato libero. E così, l’8 giugno scorso, decine di colpi di mitraglietta e pistola sono stati esplosi in piazza Mercato a Casal di Principe e poi contro il portone della sua casa; l’11 giugno anche contro la casa di Reccia. E i due sono stati arrestati. Ancora ignoti gli autori degli agguati ma di certo la fibrillazione criminale e i rischi a cui appare esposto il figlio del capoclan potrebbero aver condizionato in qualche modo la collaborazione del padre. Schiavone fu arrestato nel 1998, poi condannato all’ergastolo nel maxi processo Spartacus e per diversi omicidi; prima di lui avevano deciso di pentirsi il figlio primogenito Nicola, nel 2018, quindi nel 2021 il secondo figlio Walter. Restano in carcere gli altri figli Emanuele Libero, che uscirà di cella ad agosto prossimo, e Carmine, mentre la moglie di Sandokan, Giuseppina Nappa, non è a Casal di Principe. La notizia del pentimento di ‘Sandokan’ risale al marzo scorso. Si riteneva che le dichiarazioni del 70enne ex boss di Casal di Principe potessero servire a far luce su alcuni misteri irrisolti, come l’uccisione in Brasile nel 1988 del fondatore del clan Antonio Bardellino, o sugli intrecci tra camorra e politica. Invece gli inquirenti non hanno ravvisato elementi di novità o di interesse investigativo nei suoi racconti.

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