Severino, FI rilancia usa la condanna per Le Pen: ora niente decadenza dopo una condanna
L’azzurro. La proposta di Costa col placet di Tajani

Un’ occasione d’oro per Forza Italia. Scatenare l’ennesima battaglia contro la Severino del 2012 che sospende anche gli amministratori locali dopo una condanna in primo grado. Ecco, a portata di mano, il caso di Marine Le Pen, fuori dall’agone politico per mano di un giudice che considera gravissima la sua appropriazione indebita di fondi Ue. Decisione discrezionale in Francia, e non obbligatoria come da noi. Passano 48 ore ed ecco l’annuncio della nuova aggressione alla Severino per mano del forzista Enrico Costa. Suo il tweet delle 8. Che dà la linea. “Molto, moltissimo mi divide da Le Pen, ma che una sentenza di primo grado, appellabile, non le consenta come pena accessoria subito esecutiva di candidarsi alle elezioni è giuridicamente incivile”.
La macchina super garantista di FI si scatena. Contro un vecchio obiettivo come il decreto legislativo dell’ex Guardasigilli Paola Severino cui lavorò anche Filippo Patroni Griffi, allora alla Funzione pubblica e oggi giudice costituzionale. I forzisti non dimenticano che Berlusconi nel 2013 fu costretto a lasciare il Senato per “colpa” della Severino dopo la condanna definitiva per frode fiscale. Tocca al vicepresidente della commissione Giustizia della Camera Pietro Pittalis rimettere in pista la sua proposta di un anno fa, via la decadenza obbligatoria in primo grado, per lui “un sopruso ai danni della presunzione d’innocenza”. Tant’è che Costa aveva già piazzato pure un odg anti Severino contro “l’incostituzionale sospensione”.
Col via libera di Tajani riparte l’attacco. Perché è “improcrastinabile” sopprimere una norma “incivile, illiberale e contrastante col principio costituzionale della presunzione d’innocenza”. Plaude la Lega. Ed è d’accordo il Guardasigilli Carlo Nordio – “serve una rimessa a punto” ha detto più d’una volta – pronto un anno fa a studiare una revisione. Per fortuna non se ne fece nulla. E pure stavolta l’entusiasmo forzista potrebbe incappare nei dubbi di FdI e nella fretta sulla separazione delle carriere.
Ma il caso Le Pen è un’occasione troppo ghiotta per forzare la mano sulla Severino. Che però nel 2015 è stata sdoganata dalla Consulta con le sentenze della vicepresidente Daria de Pretis sui casi del governatore campano Vincenzo De Luca e dell’allora sindaco di Napoli Luigi De Magistris per abusi d’ufficio. E oggi deputati e senatori di M5S denunciano una maggioranza “classista, debole o assente con i forti, forte e spietata con i deboli” come dimostra il ddl Sicurezza. Ma pure il Pd voleva cambiare la Severino escludendo la corruzione per i sindaci.
E una toga “rossa” come Nello Rossi, direttore di Questione giustizia, la rivista di Md, dice al Fatto: “La politica dovrebbe farsi carico di intervenire in piena autonomia e drasticamente sui casi più eclatanti e spinosi, ma va detto che dopo il decreto Cartabia sulla presunzione d’innocenza, che ha ribadito il diritto a non essere trattato come colpevole prima della sentenza definitiva, cambiare la Severino in quel passaggio non sarebbe uno scandalo”. Ma lo diventa se si risolve in un via libera per reati gravi.
Scudo e sconto ai politici con la riforma della Corte dei Conti: il condono è retroattivo
La riforma emendamenti di fdi e fi: ok al testo in commissione

Nella notte tra martedì e mercoledì la maggioranza ha concluso le votazioni sulla riforma che stravolge e limita i poteri della Corte dei Conti. Con un emendamento finale che rende retroattivo lo sconto fino al 70% per gli amministratori e i funzionari condannati per danno erariale e il salvacondotto per i politici che saranno salvati presumendo il principio della loro “buona fede”. Norme approvate nelle ultime due settimane con altrettanti emendamenti dei relatori e a cui si è aggiunto il tocco finale: avranno carattere retroattivo, cioè si applicheranno anche ai giudizi in corso e che non sono arrivati a sentenza definitiva. E anche a quei casi definitivi ma in cui il soccombente non ha ancora pagato la somma dovuta.
Gli emendamenti sono stati approvati nella notte tra martedì e mercoledì dalle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera e sono firmati dal forzista Tommaso Calderone e dai meloniani Augusta Montaruli e Luca Sbardella. Prevedono, appunto, la retroattività delle norme relative all’articolo 1 del provvedimento. Il danno erariale viene reso sempre più difficile da contestare grazie a un salvacondotto per gli amministratori, per cui si presumerà sempre la “buona fede” e “fino a prova contraria”: la norma, fatta approvare da Montaruli e Sbardella, prevede uno “scudo” per tutti gli atti perché qualsiasi delibera viene sempre almeno “vistata” da un dirigente amministrativo; dalle delibere comunali e regionali fino ai rimborsi spese. Il danno erariale, dunque, verrebbe di fatto cancellato per politici e amministratori perché – presumendo la buona fede – non si potrà contestare la cosiddetta “colpa grave”, unico paletto rimasto per processare gli amministratori per danno erariale. Inoltre sarà retroattivo anche lo sconto fino al 70% (il limite è di due annualità) per amministratori e funzionari già condannati per danno erariale. È probabile, dunque, che molti procedimenti in corso salteranno.
La riforma arriverà in aula lunedì. L’obiettivo è arrivare a un primo via libera entro Pasqua anche per un altro motivo: lo scudo erariale per gli amministratori – giustificato con le opere del Pnrr – scade il 30 aprile e il governo intende prorogarlo almeno fino a fine anno.
La reazione dell’Associazione dei magistrati della Corte dei Conti è durissima: “Caos organizzativo, impoverimento e svuotamento delle funzioni saranno le prime conseguenze di una riforma con gravi ricadute sui cittadini, che hanno il diritto di avere un giudice indipendente, autonomo e garante del corretto utilizzo dei loro soldi”, spiegano nel comunicato. Le nuove norme producono “gerarchizzazione delle procure, forme di controllo a richiesta del controllato, segretazione di alcune delibere, pareri della Corte che scudano la responsabilità di amministratori pubblici, presunzione di buona fede dei politici. Si lascia il Paese orfano di un effettivo controllo delle finanze pubbliche”.
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